Tiro fuori dai cassetti gli album dei calciatori, gli almanacchi, i poster, i ritagli di giornale, gli autografi dei miei beniamini, le bandiere e le sciarpe accumulate in quasi quarant’anni di amore per il calcio: ricomincia la Serie A, edizione n. 114, lo scudetto tricolore cucito sul petto del Milan, dopo cinque titoli vinti dai cugini dell’Inter.

In attesa di portare mio figlio allo stadio una domenica sì e l’altra no (non ne ho ancora uno!), alla partita vado con mio padre, talvolta con mio fratello, a volte con la malcapitata fidanzata, spesso con una nutrita schiera di amici che condivide con me la (in)sana passione per il pallone. Quella stessa passione con la quale ripercorreremo la storia del Campionato italiano di calcio.

Iniziamo dall’Albo d’oro, nel quale sono riepilogati i campioni d’Italia dal lontano 1898 fino ai giorni nostri. Tra di essi figurano squadre da tempo immemorabile scomparse dalla massima serie come il Casale, la Novese, la Pro Vercelli, “provinciali” come il Cagliari e l’Hellas Verona, squadre ora in serie B come la Sampdoria e il Torino, compagini che da decenni non riescono a vincere il titolo come il Genoa, il Bologna e la Fiorentina. Poi la Roma, la Lazio e il Napoli, le cui ultime vittorie risalgono ormai a una decina di anni fa e più, oltre alle pluriscudettate Juventus, Inter e Milan, le uniche tre società italiane a fregiarsi di almeno una stella, assegnata dopo la vittoria del decimo scudetto.

Il Casale, vincitore del campionato 1913-1914, ha una divisa bellissima, tutta nera, con una stella bianca cucita sul petto. Dopo molti anni di oblio, i nerostellati di Casale Monferrato sono tornati lo scorso anno  tra i professionisti, e militano nella Lega Pro seconda divisione, il quarto livello dei campionati di calcio.

Della Novese, squadra di Novi Ligure, sempre in Piemonte, vincitrice del campionato del 1921-22, si sono invece perse le tracce negli album delle figurine: i biancocelesti mancano dai campionati professionistici da quasi quarant’anni. A dire il vero, nel 1922 i campioni d’Italia furono due, perché due furono i campionati che si disputarono, a causa di una momentanea scissione dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio delle principali società, che diedero vita a un proprio torneo, vinto dalla Pro Vercelli.

Il nome della Pro Vercelli, vi confesso, suscita in me quella profonda venerazione che si prova nei confronti di alcuni miti del lontano passato, nello sport come in altri ambiti. La “Pro” sta al calcio come Coppi e Bartali stanno al ciclismo, come  Garibaldi alla storia d’Italia, come Salgari alla letteratura per i fanciulli. Sette gli scudetti vinti dai vercellesi tra il 1908 e il 1922, anno nel quale eguagliarono il record del Genoa, vincitore però dei due campionati successivi. Oggi la Pro Vercelli, dopo diverse vicissitudini societarie, culminate nella fusione con la Pro Belvedere, altra compagine cittadina, e in un ripescaggio per meriti sportivi alla categoria superiore, milita nella Lega Pro prima divisione, l’ex Serie C1, nello stesso girone in cui, in maniera inattesa, è stata inserita anche la mia squadra del cuore: è per me d’obbligo una trasferta a Vercelli, in pellegrinaggio sui luoghi dove fu scritta la storia del football italiano. Casacca completamente bianca, alla maniera del Real Madrid, composta interamente da calciatori locali (a differenza di molte altre squadre imbottite di stranieri, in testa inglesi e svizzeri), la Pro Vercelli fu capace di vincere ben cinque titoli nei primi sei campionati disputati nella massima serie, rinunciando, di fatto all’en plein nel 1910, l’anno del primo campionato con la formula a gironi (in precedenza si giocava ad eliminazione diretta), quando nello spareggio  contro l’Inter schierò una squadra interamente composta da ragazzini, età media 11 anni, per protesta nei confronti della Federazione, che non aveva concesso il rinvio della partita, nonostante gli impegni con la nazionale militare di alcuni titolari. Prima squadra italiana ad essere invitata in Brasile per una tournée nei lontani anni ’20, quando l’oceano si attraversava in transatlantico e il viaggio durava un mese, la Pro Vercelli vinse l’ultimo scudetto nel 1994. Se nell’Albo d’oro non ritrovate questa notizia, e se i vostri genitori vi dicono che non è così, niente paura: si tratta dello Scudetto Dilettanti, il titolo assegnato a seguito di un torneo a eliminazione diretta tra le squadre di Serie D vincitrici dei rispettivi gironi, e non ha nulla a che fare con lo scudetto “vero”. Restano ai vercellesi la gloriosa eredità di un passato che non si cancella, e la responsabilità di aver inventato il “tifo” per una squadra di calcio: “L’epos delle Bianche Casacche prende la città come una febbre che a suo tempo si chiamerà tifo. Se un <<bianco>> viene sorpreso a fumare, la gente si arroga il diritto di strappargli la sigaretta di bocca”: così Gianni Brera, antico giornalista sportivo, la cui Storia critica del calcio italiano fa bella mostra nella mia libreria, accanto agli album della Panini, le squadre del Subbuteo ed altri cimeli calcistici dei tempi miei, quando si giocava solo la domenica pomeriggio, le vittorie valevano due punti, le maglie erano numerate da 1 a 11, il pallone di cuoio era bianco con gli esagoni neri, la serie A schierava sole 16 squadre, e l’unica alternativa allo stadio era la radiolina a transistor.

Degli scudetti delle “provinciali”, Cagliari e Hellas Verona, parleremo invece nella prossima puntata. Con maggiore cognizione di causa. Il Cagliari di Gigi Riva si impose nel campionato 1969-70, mentre i miei genitori si preparavano a darmi alla luce; il Verona trionfò, a sorpresa, nel 1984-85, al termine di un campionato nel quale rimediò due sole sconfitte, una delle quali davanti ai miei occhi increduli di tredicenne, messa sotto dalla mia squadra del cuore, all’epoca anch’essa in Serie A.

continua….