L’attesa cominciava a diventare frenetica tra Capodanno e l’Epifania: ogni momento poteva essere quello giusto, ma solo quando per terra, in strada, compariva la prima “bustina” strappata si poteva gridare: “E’ uscito l’album dei giocatori!”.

L’album, ovviamente, era quello delle figurine dei calciatori della Panini. I numerosi tentativi di imitazione che nel corso degli anni avevano cercato di scalfire quel primato erano tutti naufragati, e l’unica vera “raccolta dei giocatori” era quella dell’editore modenese, famoso tra i ragazzini e gli appassionati anche per l’Almanacco Illustrato del Calcio, un volume pieno zeppo di dati statistici su calciatori e squadre di tutte le categorie, italiane e straniere.

Appena avvistata la bustina, senza neppure dover insistere, l’adulto di turno (padre e madre, nonni, zii, cugini più grandi) era obbligato ad accompagnarmi in edicola (o qualche volta dal Tabacchi) e a comprami album e almeno dieci pacchetti di figurine, per iniziare la collezione.

A quei tempi – era la metà degli anni Settanta – le bustine costavano 50 lire (qualcosa come gli attuali 25 centesimi di euro), ma per il resto erano molto simili a quelle di adesso: l’immagine-simbolo del calciatore in rovesciata, con maglia granata sullo sfondo tricolore, l’inconfondibile “profumo di figurine”, la tendenza a fare capolino dalle tasche dei cappotti di papà quando decideva di farti una sorpresa, rientrando a casa dal lavoro.

A proposito di sorprese: in quegli anni lontani l’autorità era una cosa seria, specie a scuola, e dunque ai miei genitori, entrambi insegnanti, spettava il potere-dovere di “sequestrare” le figurine a quegli alunni che le scambiavano o ci giocavano durante le lezioni, cosa proibitissima. Ecco allora che a casa arrivavano di tanto in tanto “mazzetti” di figurine sequestrate, tenute insieme con l’elastico, da cui regolarmente attingevo quelle che mi mancavano, o che incrementavano i “ripetuti”, cioè i doppioni da utilizzare per gli scambi.

Questi scambi si facevano di solito per strada, con altri bambini, anche perfetti sconosciuti. Le figurine erano un vero e proprio fenomeno di massa: già accanto all’edicola c’erano capannelli di collezionisti, intenti allo scambio, e se proprio non c’erano i capannelli, bastava passeggiare per strada tenendo in mano le figurine, che qualcuno ci avrebbe avvicinato chiedendoci: “Mi fai vedere chi tieni?”.

Poiché la prudenza non era mai troppa, e i furti un’eventualità neppure tanto rara, si prendeva il pacchetto dei doppioni, lo si teneva stretto con la sinistra, e con il pollice della destra si scorrevano velocemente le figurine; l’altro bambino, nel frattempo, intonava la caratteristica filastrocca: “Ce l’ho, ce l’ho … mi manca”.

Tutti, ovviamente, ricordavano con precisione le figurine mancanti, ma in caso di vuoti di memoria c’era sempre una lista, scritta a penna su un foglio a quadretti, più volte ripiegato, da cui mano a mano venivano depennati i numeri delle figurine successivamente acquisite.

Non tutte le figurine avevano lo stesso valore. Gli scudetti delle squadre di A e di B, ad esempio, erano stampati su uno sfondo speciale (dorato, argentato, o – un anno – in tessuto jeans), e quindi per convenzione potevano essere scambiati solo con un altro scudetto o con dieci figurine “normali”. Poi c’erano le figurine della squadra del cuore, che si sospettava la Panini non mettesse in circolazione nella nostra città, per renderle più rare, ma che in verità venivano sottratte allo scambio dei doppioni per essere incollate su diari, quaderni, armadi e vetri della cameretta, o per costruire la “fisarmonica”: una volta completata la squadra, i doppioni venivano incollati l’uno all’altro con lo scotch, per il lato lungo, e portati con sé in tasca, come un talismano da srotolare con orgoglio ad ogni occasione. Normale, in queste condizioni, che una figurina dell’Avellino ne valesse dieci di altre squadre, e lo scudetto dei Lupi ben cento giocatori o dieci scudetti!

Infine, i famosi “difficili”, le figurine rare, rarissime, le stesse che mancavano un po’ a tutti per completare l’album, come quella di Mario Brugnera del Cagliari, l’ultima che attaccai bel lontano 1980, dopo varie settimane di tentativi di scambio e di acquisti a vuoto. Oltre allo scambio dei doppioni, un altro metodo per procurarsi i calciatori senza spendere una lira era il gioco. Con un misto di azzardo e di abilità, si potevano vincere interi mazzetti facendo rovesciare a testa in giù il mucchietto di figurine dell’avversario, opportunamente piegato a “U”, con un colpo secco della mano per effetto dello spostamento d’aria (lo “scuoppo”), oppure con un colpo di dito (il “tips”). Altri invece lanciavano le figurine per terra: se la nostra finiva al di sopra di quella dell’avversario, avevamo conquistato una figurina. Inutile dire che noi ragazzi studiosi diffidavamo di queste tecniche, specie in presenza di bambini più grandi e smaliziati, capaci a volte di conquistare le figurine di tutto il vicinato o di tutta la classe.

Oggi che ho quarant’anni – e gli scambi si fanno on line – almeno una bustina all’anno la compro, solo per vedere come sono fatte le figurine e per riassaporarne l’odore, e con esso il ricordo dei tempi in cui non sapevo ancora leggere, ma già riconoscevo i giocatori, semplicemente dalla punta degli scarpini.