Italia_campione_europaSi è aperta con un combattuto pareggio tra i padroni di casa della Polonia e la Grecia la quattordicesima edizione del campionato europeo di calcio; gli azzurri, invece, debuttano domenica, opposti ai campioni uscenti della Spagna, primo impegno di un girone di qualificazione pieno di insidie, completato da Croazia e Irlanda.

Ma non è di questo campionato che vogliamo parlare: troppo presto per fare pronostici, troppe incognite per la nazionale italiana, giunta all’appuntamento europeo sull’onda dello scandalo scommesse che sta travolgendo il nostro calcio.

Torneremo, invece, al 1968, all’unica vittoria italiana nella manifestazione continentale, quell’anno ospitata proprio dal nostro paese: una vittoria maturata in circostanze a dir poco singolari, tra un lancio della moneta e una finale giocata due volte.

Sì, proprio così: quello era un altro calcio, e le partite potevano anche decidersi con un testa o croce; la “lotteria dei calci di rigore”, poi, non era stata ancora inventata, e, se un incontro decisivo finiva in parità, semplicemente lo si faceva rigiocare.

Nonostante il fattore campo, l’Italia si affacciò alla terza edizione del campionato europeo senza i favori del pronostico. Di fronte agli azzurri, altre tre squadre: gli inglesi campioni del mondo, i campioni d’Europa uscenti dell’Unione Sovietica e gli estrosi jugoslavi. Nazionali (e nazioni) che non ci sono più, una fase finale degli Europei a sole quattro squadre, contro le attuali sedici.

Appena due anni prima, ai mondiali d’Inghilterra, gli azzurri avevano toccato uno dei punti più bassi della loro storia calcistica. Incapaci di rimontare un gol del “dentista” Pak Doo-Ik e perciò sconfitti dai dilettanti della Corea del Nord, i nostri non riuscirono a superare il girone eliminatorio. Al ritorno in patria furono accolti dalle contestazioni e dai lanci di pomodori dei tifosi inferociti.

Dopo quella batosta, la nazionale, ora guidata dal sanguigno commissario tecnico Ferruccio Valcareggi, deve badare soprattutto a ricostruirsi un’immagine presso gli sportivi italiani, in vista dei successivi mondiali di Messico ’70. La squadra è stata sensibilmente ringiovanita, mentre i vari Facchetti, Mazzola e Rivera, con un paio di anni di esperienza in più, sono nel pieno della loro maturità. In porta c’è Zoff, all’ala Domenghini, in attacco il milanista Pierino Prati, l’emergente Gigi Riva, centravanti del Cagliari (ricordate?), e il giovanissimo Anastasi, in forza al Varese.

In semifinale l’Italia affronta i sovietici. I novanta minuti si concludono sullo zero a zero. Dopo i tempi supplementari il risultato resta a reti bianche, con i nostri che colpiscono un palo, e come da regolamento la qualificazione alla finale viene decisa dal sorteggio: l’arbitro estrae dal taschino una monetina, i due capitani scelgono uno testa e l’altro croce. Il direttore di gara lancia in alto la monetina, che però atterra di taglio, e va ad incastrarsi in una fessura del terreno. Né testa, né croce. Neppure con il sorteggio il risultato di parità si sblocca. Il secondo lancio della monetina sorride all’Italia: i settantamila che affollano lo stadio San Paolo di Napoli esultano, in un’atmosfera a dir poco surreale.

In finale, all’Olimpico di Roma, ci tocca la Jugoslavia, che nell’altra semifinale ha battuto gli inglesi e che parte nettamente favorita. Anche stavolta si va ai tempi supplementari, dopo il pareggio per uno a uno al novantesimo, con l’Italia che rimonta a dieci minuti dalla fine. Il gol è di Domenghini. Nei supplementari il risultato non cambia, ma stavolta niente lancio della monetina: è pur sempre una finale. Bisogna rigiocare, visto che a livello internazionale solo nel 1976 si sarebbe deciso di far tirare i calci di rigore in caso di parità dopo i supplementari.

La seconda finale si gioca due giorni dopo, e l’Italia sfrutta la panchina “lunga”, di cui la Jugoslavia non dispone. Segnano Riva e Anastasi, per l’occasione promosso titolare. Due a zero, e l’Italia solleva la Coppa Europa per la prima – e finora unica – volta. Grazie anche a una buona dose di fortuna.