Il genere Salamandrina, endemico italiano, ha due esponenti soltanto: la Salamandrina terdigitata (Bonnaterre, 1789)(nota 1) e la Salamandrina perspicillata (Savi, 1821).

Storia della scoperta di due specie animali

Fino al 2005 si pensava che esistesse una sola specie, la Salamandrina terdigitata, comunemente denominata “Salamandrina dagli occhiali.”

salamandrina (copyright roberto ragno)Grazie a studi genetici e molecolari, si è scoperto che le salamandrine del centro-nord e quelle del sud Italia sono in realtà cugine e non sorelle. Le popolazioni che vivono a nord del Volturno sono state differenziate da quelle che vivono a sud di questo fiume (con una zona intermedia di sovrapposizione delle specie): le prime hanno preso il nome di perspicillata (latinizzando l’espressione “dagli occhiali”), le seconde hanno conservato il nome che si usava prima del 2005, cioè terdigitata (a tre dita). Questo perché il primo esemplare descritto nella storia è stato trovato a sud del Volturno, più precisamente sul Vesuvio, e quindi ha il diritto di possedere il nome più antico.

A dire il vero l’animale trovato sul Vesuvio aveva già ricevuto un nome, ”la Troisdoigts” (quella con tre dita), che gli venne assegnato dal conte di Lacépède nel 1788. Ma questo nome non rispettava le regole, per altro stabilite da poco (nota 2), della nomenclatura scientifica. Bonnaterre, soltanto un anno dopo, usò, ma più correttamente, lo stesso aggettivo per descrivere l’esemplare in questione.

Entrambi, ad ogni modo, si sbagliarono di grosso sulla scelta di quell’aggettivo: infatti la Salamandrina terdigitata non ha affatto tre dita, bensì quattro, e a tutti e quattro gli arti! Cosa che effettivamente la distingue dagli altri anfibi della famiglia dei Salamandridi (a cui il genere Salamandrina appartiene), che ne posseggono quattro agli arti anteriori, ma cinque a quelli posteriori.

È stato senza dubbio più fortunato nella scelta del nome Paolo Savi, trentatre anni dopo: perspicillata, dagli occhiali, che poi è il nome che si usa nel linguaggio comune (per la terdigitata … che confusione!)

Paolo Savi è stato anche più preciso nel descrivere la specie: oltre, infatti, ad aver notato la caratteristica macchia bianca a forma di “V” fra gli occhi che sembra, appunto, una montatura di occhiali, la descrisse con il numero giusto di dita. C’è da dire che descrisse un altro esemplare, ritrovato sull’Appennino toscano, diverso da quello che osservarono e descrissero gli altri due. Con buona ragione oggi la perspicillata indica la specie che vive a nord del Volturno.

Le due specie non possono essere distinte in base ai caratteri morfologici o cromatici (cioè dall’aspetto fisico), ma solo sulla base di approfondite analisi genetiche.

Morfologia

Come tutti gli Anfibi Caudati è provvista di una coda piuttosto lunga. La forma del corpo ricorda quella di una lucertola, per riferirci ad un animale più noto. La testa è distinta dal tronco; ha quattro arti, muniti di quattro dita ciascuno; ha la bocca larga, e gli occhi grandi e scuri. Le dimensioni non superano i 134 mm (le femmine sono generalmente più grandi dei maschi) e l’aspetto generale è quello di un animale gracile e disidratato. La colorazione è molto caratteristica: la superficie dorsale è bruno-nerastra, e sul capo, come già detto, è presente una macchia biancastra che ricorda la forma degli occhiali.

La superficie ventrale è più vivace: la pancia è bianco avorio con macchie nere, più o meno estese, e, più raramente rosse; la coda, la cloaca e gli arti sono di un colore rosso molto intenso. La gola è nera e presenta, a volte, delle screziature rosse. Ogni individuo ha uno schema di colori caratteristico, come fosse un’impronta digitale. Al tatto la cute è granulosa.

Cenni di ecologia, biologia ed etologia

Non è facile vedere in natura una Salamandrina se non si sa dove andarla a cercare. È infatti un Anfibio di piccole dimensioni, e se non è nascosto sotto l’ombra di sassi, tronchi morti, foglie, è infilata nelle spaccature del terreno, fino ad un metro e più di profondità!

Gli adulti della Salamandrina hanno abitudini prevalentemente terrestri; solo la femmina raggiunge l’acqua, quando deve deporre le uova. La deposizione delle uova può durare diversi giorni.

Questi Anfibi si sono diffusi in luoghi adatti alla loro esigenza vitale: tipicamente collinari, si trovano nei boschi di leccio nell’Appennino centro-settentrionale, e in quelli di querce o faggi nell’Appennino meridionale.

Sono più attivi quando non fa caldo, ovvero nelle ore serali e nelle stagioni autunnali e invernali (quando, però, non faccia neanche troppo freddo).

Fondamentale è la vicinanza con un torrente, con una pozza d’acqua, un abbeveratoio… un qualunque bacino d’acqua dolce dove deporre le uova.

Queste, una volta deposte, una ad una, dalla femmina su un substrato sicuro, vengono abbandonate e si schiudono dopo un periodo variabile (dipende dalle condizioni climatiche). Alla schiusa le larve sono lunghe appena un centimetro: il capo è poco distinto dal tronco, e tronco e coda sono caratterizzati da due creste, una dorsale e una ventrale. La regione dorsale è giallo bruna, quella ventrale è bianca. La respirazione avviene attraverso branchie esterne poste ai lati del capo. In acqua la larva subisce una metamorfosi che dura un periodo che può variare da 2 a 3 mesi: in questo periodo crescono gli arti e la forma del corpo diventa sempre più simile a quella degli adulti, che sono sprovvisti di creste dorsali e ventrali; soprattutto perdono le branchie, adattandosi alla vita terrestre.

I neometamorfosati sembrano dei piccoli adulti, ma i loro colori sono tenui e simili a quelli delle larve.

La maturità sessuale viene raggiunta verso i quattro anni, quando maschi e femmine si incontreranno per il corteggiamento, che avviene fuori dall’acqua: essi compiono una sorta di “danza nuziale” girando intorno ad un cerchio immaginario, e contemporaneamente avanzano l’uno verso l’altra, agitando la coda. Il maschio deporrà gli spermi al suolo, da dove la femmina li raccoglierà con la cloaca per poi fecondare le sue uova. Così il ciclo vitale ripartirà nuovamente.

Quando la Salamandrina viene disturbata si finge morta, oppure solleva arti e coda dal suolo a formare un anello, più o meno chiuso, al fine di mostrare i vivaci colori ventrali al probabile predatore e spaventarlo. Infatti i predatori sono ben attenti a non mangiare animali che presentano colori che normalmente indicano tossicità della preda (definiti aposematici, che in greco significa “segnale esteriore”). La Salamandrina, però, non è velenosa, per cui non succederebbe nulla al predatore se la mangiasse, ma questo i predatori non lo sanno e si fidano dei segnali che la natura usa di solito per metterli in guardia.

Per saperne di più il 23 febbraio alle ore 18.00 al Museo Civico di Zoologia di Roma, Massimo Capula presenterà “150 anni di storia di … Anfibi italiani”.

 

Nota 1 > Quando si scrive il nome scientifico di una specie,  fra parentesi si indicano il nome della persona che ha denominato la specie e la data della denominazione. Non sempre il nome della persona indicata è il nome dello scopritore della specie, ma è colui che ha saputo meglio definire questa specie, utilizzando correttamente la nomenclatura binomia (vd.).

Nota 2 > Nel 1758 ad opera di Linneo con il suo lavoro Systema Naturae.