Tratti di matita su carta che se sfogliati velocemente si animano proprio come un film di altri tempi: è La straordinaria invenzione di Hugo Cabret dell’autore statunitense Brian Selznick.  Una vera e propria narrazione visiva, dove sono le parole ad accompagnare le immagini e non viceversa. Un libro tutto da guardare, dunque.

Aprendolo veniamo proiettati su uno schermo che ci porta indietro nel tempo, nella Parigi del 1931. L’orfano Hugo Cabret vive all’interno della stazione, o meglio, è lì che si nasconde insieme al suo segreto: un automa rotto lasciatogli dal padre prima di morire in un incendio. Missione del ragazzo è riparare il robot, ma per farlo ha bisogno di diversi pezzi mancanti. Così, ogni giorno, Hugo ruba ingranaggi dalla bottega di un giocattolaio della stazione. È  lì che incontra Isabelle, anche lei orfana, figlia adottiva del giocattolaio e di sua moglie. Sarà la ragazza ad accompagnare Hugo in una lunga avventura che svelerà un mistero, riguardante un regista dimenticato e il suo automa. Saranno infine i due ragazzini a rimettere a posto gli ingranaggi, non solo del robot, ma anche del regista dimenticato George Méliès.

Il New York times ha scritto che questo libro “suscita meraviglia proprio come un film muto su carta”, ed è così. Un po’ come un prestigiatore al pari di Hugo e Méliès, l’autore crea un’illusione, ovvero la sensazione di vedere un film più che leggere un libro, trasformando il lettore in uno spettatore. Le parole quasi scompaiono in questo testo avvolto da pagine nere proprio come uno schermo cinematografico. E, a proposito di cinematografia, il libro vuole essere anche un omaggio al cinema delle origini, il cinema artigiano dei primi  effetti speciali fatto da maghi e illusionisti proprio come George Méliès. La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un’illusione che suscita meraviglia in un intreccio ricco di segreti  e di codici linguistici.
Immaginatevi dunque seduti in una sala buia come all’inizio di un film e immergetevi nella lettura di questo libro.