Dopo le prime due puntate, continua la storia delle formiche che sapevano parlare, una fiaba inedita scritta da Antonio Viglietto. Buona lettura!

 

La pioggia cadeva fitta fitta e la terra non riusciva più ad assorbirla e allora l’acqua cominciò a scorrere formando rivoli e rigagnoli che seguivano le pendenze del terreno e confluivano gli uni negli altri ingrossandosi sempre di più. Un groviglio di foglie secche, rametti spezzati, fili d’erba, sassi e zolle di terra aveva formato una specie di barriera alla base di due querce che crescevano vicine che rallentava il deflusso dell’acqua. Altri detriti portati dalla corrente si ammucchiarono sulla barriera formando una piccola diga dietro la quale l’acqua limacciosa andava creando una pozzanghera che si allargava a vista d’occhio formando un invaso di circa un metro di diametro e profondo non più di una decina di centimetri. Il peso dell’acqua e la spinta della corrente premevano sulla diga con forza crescente finché questa cedette di schianto e un’ondata di acqua, terra, detriti, foglie e rametti scese verso valle, investendo in pieno ed allagando il formicaio che si trovava sul suo percorso.

“Il diluvio! Il diluvio! Scappate, scappate …!” Le formiche non sapevano cosa fare. L’acqua aveva invaso il formicaio e riempito di fango e di melma le gallerie e i depositi di cibo. Fuori, sul terreno, un’ondata gigantesca alta ben trentasette formiche aveva trascinato via le tante operaie che si trovavano all’aperto, intente a mettere rapidamente al sicuro, sotto la pioggia scrosciante, i semi e l’altro cibo faticosamente raccolto nei dintorni. All’interno le nutrici, tenendo le larve con le zampette anteriori, cercavano di portarle in salvo inseguite dalla marea montante che aveva invaso il formicaio, ma non sapevano dove scappare. La Regina Eva I, che alle prime gocce di pioggia si era rifugiata in una ghianda secca e vuota che si trovava vicino al formicaio insieme ad un gruppetto di Operaie nutrici e di larve, aveva ordinato alla sua guardia del corpo di disporsi nella formazione a palla per ostruire il buco d’ingresso, e cercava di puntellarsi alle pareti per non essere sbattuta di qua e di là dalla furia degli elementi. Infatti la ghianda era stata trascinata dalla corrente e rotolava paurosamente su se stessa, sbattendo contro i sassi e i rami che ostacolavano il flusso dell’acqua.

Passato il temporale e dopo che tutta l’acqua era defluita nei rigagnoli e nei ruscelletti, la ghianda rimase semisommersa di fango vicino ad una radice affiorante contro la quale era andata a sbattere. Il formicaio era stato completamente distrutto e tutte le formiche erano morte affogate o trascinate via dalla furia dell’acqua, tranne la decina di nutrici con altrettante larve e i pochi soldati della guardia del corpo che avevano seguito la Regina Eva nella ghianda. Appena uscita dalla ghianda e senza perdersi d’animo la Regina Eva I dette subito ordine di costruire un rifugio di fortuna in cui alloggiare le nutrici e le larve e di esplorare il terreno circostante, che andava rapidamente asciugandosi, alla ricerca di qualcosa da mangiare.

Sistemate le larve e le nutrici e approntate le prime scorte alimentari, la Regina Eva I e le sue guardie partirono alla ricerca di un posto adatto dove costruire il nuovo formicaio e, dopo aver esaminato varie possibilità, scelsero la sommità di un rialzo del terreno protetto tutto intorno da sassi e rocce affioranti.

Lavorando senza sosta, in pochi giorni le operose formiche riuscirono a ricostruire un formicaio adatto ad ospitarle tutte e la vita riprese il suo corso regolare, ma il ricordo del terribile Diluvio, del vecchio formicaio distrutto e delle migliaia di formiche morte rimase vivo nei loro discorsi e nella loro memoria e, sempre arricchito di nuovi dettagli, fu tramandato alle generazioni successive.

Continua…