E’ stato un vero piacere vedere “Cesare deve morire”. Molti dei protagonisti di questo film sono attori con la A maiuscola. Un bruto intenso, lacerato, orgoglioso, triste, idealista e tanto altro ancora come quello interpretato da Salvatore Striano non mi pare di ricordarlo. Basta guardare nei suoi occhi per attraversare assieme a lui gli stati d’animo di Bruto. Anche gli altri attori sono bravi, ed il gigantesco bagaglio di esperienze che li accompagna arricchisce i personaggi che interpretano in una maniera imprevedibile.

Piccolo particolare: questo “Giulio Cesare” e’ girato nel carcere romano di Rebibbia e i protagonisti sono i detenuti scelti dopo un provino. I fratelli Taviani, registi della pellicola, ci fanno vedere questi provini in cui emerge il talento e l’umanità di persone costrette a vivere tra quattro mura per tutta la vita o per molti anni ancora. Una volta assegnati i ruoli, possiamo assistere alla costruzione della tragedia di Shakespeare (quasi tutta l’opera è girata in uno splendido bianco e nero) con tutte le difficoltà che questa comporta.

Altro piccolo particolare: agli attori si chiede di recitare utilizzando il proprio dialetto. Monicelli sosteneva che quando si recita nel proprio dialetto si hanno meno difficoltà e forse per questo si è chiesto agli interpreti di questo film di utilizzare la propria lingua d’origine.

Mi sono rimasti dentro molti momenti e molte frasi. A chi eè favorevole alla pena di morte, chiederei di guardare con attenzione “Cesare deve morire”. Attraverso la recitazione queste persone dimenticano la privazione della libertà; ma è un sogno di carta perché appena l’arte si sarà allontanata loro saranno di nuovo alle prese con la loro monotona e cupa vita quotidiana. Con questo non voglio dire che chi ha commesso dei crimini non debba andare in prigione, voglio solo sottolineare quanto la privazione della libertà rappresenti a mio avviso una pena difficile da scontare.

Struggente, infine, la colonna sonora.

 

Giudizio complessivo: 8.5