Diario dalla Biennale

ingresso 54 biennale veneziaL’opera d’arte contemporanea sa parlare ai bambini ad un livello più immediato rispetto ad un dipinto antico o ad una statua classica perché attiva stimolazioni multiple che vanno dal visivo, al tattile, implicando così vari livelli sensoriali. Un bambino, libero dai pregiudizi e dalle convenzioni, è capace di lasciarsi andare spensieratamente verso le esperienze che gli si pongono davanti. Capisce le regole, ma decide di volta in volta di non seguirle e, un po’ come un artista, si esprime in maniera libera e istintiva, esercitando una curiosità inesauribile per ogni aspetto inedito e non immediatamente percepibile.

Allo stesso modo, i più piccoli affrontano con estrema naturalezza gli apparecchi tecnologici che li circondano: la prima volta che ho visto Matteo, il mio bimbo di tredici mesi, scorrere con sorprendente immediatezza le immagini di un ipod sono rimasta a bocca aperta! Il binomio arte e tecnologia riesce a produrre un universo creativo di visioni e immagini sorprendente e proprio per questa ragione l’arte contemporanea viene utilizzata sempre più spesso come strumento educativo nei diversi laboratori organizzati dalle stesse istituzioni museali (tra cui il Maxxi di Roma, il Mart di Rovereto, il Mambo di Bologna).

La Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia, da questo punto di vista, può trasformarsi in uno straordinario contenitore ludico/cognitivo per un bambino.  Alla nostra – mia e di Luigi, mio marito – terza Biennale consecutiva e quest’anno insieme al piccolo Matteo, ho notato un gran numero di bambini che giravano per le sale della mostra ILLUMInazioni con sguardo stupito e divertito: lo stesso Matteo, nonostante il gran caldo, non ha dato alcun segno di sofferenza.

ILLUMInazioni è il titolo scelto dalla curatrice svizzera Bice Curiger per questa Biennale giunta alla sua 54° edizione, sponsorizzata dalla Swatch, che ha assegnato il Leone d’Oro come migliore artista all’americano Christian Marclay per l’opera The Clock.

Quella che segue è la selezione dei lavori che mi hanno colpito di più, limitatamente alle due sedi istituzionali, Giardini e Arsenale.

 

Giardini e Padiglioni Nazionali

Facciamo il nostro ingresso ai Giardini attraversando l’opera dell’artista marocchina Latifah Echakhch (una serie di pennoni senza bandiere abbandonati a loro stessi nel giardino di fronte al Padiglione Centrale, sulla cui facciata quest’anno Josh Smith ha spennellato il titolo della mostra) e subito ci imbattiamo nella grande novità di quest’anno che si riconnette al tema scelto dalla curatrice: le tre grandi tele di Tintoretto – pittore veneziano e pittore della luce – (Il trafugamento del corpo di San Marco e la Creazione degli animali dall’Accademia e l’Ultima Cena arrivata da San Giorgio Maggiore), sottratte al loro contesto originario, occupano la grande sala del Padiglione, condivisa con le pitture “invisibili” di Bruno Jacob. Un dialogo tra passato e presente che può dar vita ad interessanti ed imprevedibili contaminazioni.

Karl Holmqvist, Untitled (Memorial), 2011. Travertino romano classico

Karl Holmqvist, Untitled (Memorial), 2011. Travertino romano classico

Lo Spazio elastico di Gianni Colombo, opera del 1967, è installata in un cuneo molto ridotto. Entriamo in questo cubo scuro strutturato per mezzo di fili bianchi luminescenti, che di volta in volta lo spettatore muove trasformando il volume di partenza. Esperienza affascinante. Bellissima la sala che mostra i lavori di Cindy Sherman: quattro murales in PhotoTex incollati alle pareti che la ritraggono nelle sue famose metamorfosi, presentandoci bizzarri personaggi di una immaginaria quanto folle famiglia americana. Continuiamo la visita ed entriamo in uno spazio “ludico“ dove i bambini si divertono a maneggiare grandi quantità di pongo nero bianco e rosso che appiccicano a caso sulle pareti creando scritte, disegni e scarabocchi. L’opera The final title is # Jan25 (# Sidibouzid, # Feb12, # Feb14, # Feb 17…) di Norma Jane era un cubo di plastilina tricolore (i colori della bandiera egiziana) che i bambini (ma anche gli adulti) hanno modellato a proprio piacimento. Psichedelica la sala di Pipilotti Rist, con i tre video Laguna, Prisma e Anti Materia in cui tre coloratissime vedute veneziane si sovrappongono a immagini intense, seducenti e luminose. L’altra novità di questa edizione 2011 è la creazione di quattro parapadiglioni – due ai Giardini ad opera degli artisti Monika Sosnowska e Oscar Tuazon e i due collocati all’Arsenale di Franz West e Song Dong – destinati ad ospitare altre opere d’arte. Ci colpisce quello realizzato dalla polacca Sosnowska. Antechamber ricostruisce l’interno domestico di una casa borghese a forma di stella, le cui pareti sono ricoperte da una varietà di carte da parati. Lo spazio ospita il lavoro di grande respiro sociale dell’artista David Goldblatt che fotografa dal 1963 in bianco e nero l’evoluzione delle relazioni sociali in Sud Africa, mentre in un’altra stanza, l’inglese Haroon Mirza presenta l’installazione Sick costruita sull’interazione tra frequenze sonore e luce. Tornando al circuito principale, ci soffermiamo a guardare i lavori di Sigmar Polke, scomparso di recente (Polizeischwein, opera già presentata nell’edizione del 1986 all’esterno del Padiglione tedesco mostra un’anonima guardia di frontiera inginocchiata davanti ad un maiale con cappello d’ordinanza). Divertenti i collages del parigino Cyprien Gaillard, una serie di cartoline che combinano una foto recente ed una vintage provenienti da paesi esotici su cui sono incollate le etichette delle birre locali mentre lo Spazio numero 13 ricreato dagli artisti Fischli e Weiss ci introducono in una dimensione di sospensione temporale. L’artista e poeta svedese Karl Holmqvist ricrea il monumento simbolo dell’architettura razionalista del Ventennio, chiamato gergalmente “Colosseo Quadrato”. Costruito in travertino romano, reca la celebre epigrafe mussoliniana, oggi più attuale che mai. Divertente e dissacrante l’opera “pop” di Llyn Foulkes che analizza la società statunitense attraverso i ritratti fumettistici di George Washington con il volto di un allarmato Mickey Mouse e un depresso Superman che ha fallito l’obiettivo di un mondo pacifico e senza guerra.

Tra le partecipazioni nazionali abbiamo amato l’opera del tedesco Cristoph Schlingensief, prematuramente scomparso dopo una lunga malattia e premiato giustamente con il Leone D’Oro. Nel Padiglione Tedesco viene ricreato l’interno di una chiesa (la chiesa di Oberhausen dove Schlingensief aiutava a servire messa da piccolo) dove convivono video, ready made e opere dell’artista – in sottofondo voci struggenti e musica wagneriana – che offrono una panoramica sugli aspetti della sua carriera e della sua malattia. Commovente e bello.

Altro protagonista di questa edizione il Padiglione Britannico con l’opera colossale dell’artista Mike Nelson Impostor: la ricostruzione di un antico caravanserraglio di Istanbul in cui ci perdiamo come in un labirinto. Ci impressiona la camera oscura dove sono abbandonate appese centinaia di foto. I luoghi angusti, poveri e impolverati sono ricostruiti con minuzia di dettagli. Ricorda un pò la casa degli orrori dei lunapark..

Christian Boltanski, Chance, 2011. Installazione

Christian Boltanski, Chance, 2011. Installazione

Impressionante l’imponente macchina realizzata dall’artista Christian Boltansky per il Padiglione Francese. Costruita con i tubi innocenti, anch’essa labirintica ma allo stesso tempo leggera e fluida, Chance è un nastro trasportatore dove scorrono le immagini di 600 neonati a rappresentare il caso che decide nascita e morte (nelle due stanze attigue, due monitor riportano il numero dei morti e dei nati giornalieri). Divertente il Padiglione Giapponese dove viene presentata Teleco-soup, opera d’arte mutimediale dell’artista Tabaimo dove si incontrano cartoon giapponesi e specchi di grande poesia.

L’arte muscolare rappresentata dal duo Allora-Cazadilla nel Padiglione USA con l’opera Gloria, rimanda esplicitamente alle tendenze più conservatrici della democrazia americana, unendo sotto il comune denominatore dell’ansia performativa, la competizione sportiva-militare-esistenziale-religiosa-economica. Sorprendente l’installazione esterna al Padiglione: un atleta corre sopra un tapis roulant, posto a sua volta sopra un enorme carro armato ribaltato.

Poetico e visivamente bello il Padiglione d’Israele che ospita Sigalit Landau con la mostra One man’s floor is another man’s feeling. L’artista insegue il progetto di una unione tra Israele e Giordania attraverso un ponte di sale, e ancora il sale è protagonista dell’opera Salt Crystal Fiishing Net ( le reti regalate dai pescatori di Jaffa contengono cristalli di sale e non pesci) e dell’altra Salted Lake (un paio di scarponi ricoperti di sale su una superficie ghiacciata di un lago, nell’arco della giornata scioglieranno il ghiaccio e sprofonderanno nell’acqua). Sempre le scarpe sono protagoniste dell’installazione Laces: un tavolo circolare con dei video che mostrano una bambina che gioca sotto lo stesso tavolo unendo in fila le scarpe di coloro che occupano le diverse postazioni. In un piccolo giardino, sul retro del Padiglione, sono poste le stesse scarpe prive dei loro proprietari.

 

Arsenale

Arsenale. Veduta di insieme

Arsenale. Veduta di insieme

Il giorno dopo visitiamo la seconda parte della mostra allestita nei grandi spazi dell’Arsenale. Dopo aver attraversato il lavoro minimal di Martin Creed (senza accorgercene perchè l’opera è visibile solo la sera…) entriamo nella sala dove è stato allestito il bellissimo parapadiglione di Song Dong, artista pechinese che qui ricostruisce la casa dei genitori. In questo dedalo pittoresco di porte alberga il lavoro di Yto Barrada sulla propria storia familiare. La sala delle colonne, più avanti, ospita l’installazione carica di citazioni di Mai-Thu Perret: un triangolo luminoso scandito da linee orizzontali (citazione di un lavoro di Emma Kuntz) e accanto un manichino che indossa un abito di Elsa Schiaparelli del 1938.

Attraversiamo grandi sale che ospitano installazioni imponenti fino ad approdare nel secondo parapadiglione dell’Arsenale, quello realizzato da Franz West (quest’anno premiato con il Leone d’Oro alla carriera). L’artista ricostruisce la propria cucina, ospitando il lavoro di altri artisti, tra cui l’italiano Luca Francesconi che espone manichini, piume di pavone e fornelli da campeggio. Impressionante, quasi spaventosa (ma potrebbe mandare in visibilio più di un bambino abituato a giocare con dinosauri e mostri di ogni genere..) l’opera limpundulu Zonke Ziyandilandela dell’artista Nicholas Hlobo che per l’appunto ricostruisce l’uccello vampiro Limpundulu, protagonista di canti e fiabe delle genti xhosa. Bella l’installazione Fascia III di Rebecca Warren costituita da diversi elementi bronzei il cui accostamento improbabile crea una sorta di cortocircuito. Fabian Marti invece costruisce una grande architettura piramidale di gradoni scomposti su cui poggia le sue creazioni in ceramica (The Summit of it), mentre l’artista iraniano Navid Nuur ci affascina con l’opera Hivewise: una struttura metallica che sostiene dei neon in posizioni diverse. Bellissima la stanza cromatica di James Turrel, immersi nei colori cangianti del fucsia e del violetto come in una rivelazione, mentre la stanza vuota e silenziosa di Shahryar Nashat ci apre all’esperienza della meditazione con l’opera Drag Bench. Un video proiettato nella sala mostra un giovane alle prese con l’organizzazione di un trasferimento di opere museali, e ci impone la riflessione sul destino dei prodotti della creatività umana nel momento in cui approdano nello spazio delle istituzioni. La nostra Elisabetta Benassi ricostruisce una sorta di archivio abbandonato in cui inserisce nove lettori di microfiches Ansa che riportano notizie politiche e di cronaca con le annesse fotografie di cui però è mostrato solo il retro. L’opera può leggersi (ma la lettura non è affatto immediata!) come denuncia della manipolazione dell’informazione. Merita attenzione il lavoro di Urs Fisher, scenografico e bello, che con l’opera Untitled realizza delle grandi statue di cera che riproducono il Ratto delle Sabine di Gianbologna, il ritratto di Rudolph Stingel e la sedia dello studio dell’artista, destinate a consumarsi nel tempo. E’ la volta di Rosemarie Trockel con i suoi divani in acciaio e cristallo, tutt’altro che invitanti, sullo sfondo una serie di piccoli quadri e collage e finalmente giungiamo nella sala dove proiettano il video dell’artista premiato in questa edizione 2011, Christian Marclay. The Clock è geniale! Un video della durata di 24 ore, realizzato montando più di mille frames cinematografici in cui ricorrono orologi che scandiscono il tempo reale – l’ora e il

Klara Lidén, Untitled, (Trrashhcan), 2011. Dieci pezzi dimensioni varie. Particolare

Klara Lidén, Untitled, (Trrashhcan), 2011. Dieci pezzi dimensioni varie. Particolare

minuto – dello spettatore. Lo spettatore diventa protagonista di un dialogo incessante con l’opera. Proseguendo il percorso della mostra ci imbattiamo nell’ultima estremizzazione del ready made duchampiano con i cestini per l’immondizia di Klara Lidén e per finire, nell’ultima sala, l’artista Monica Bonvicini ci affascina allestendo architettonicamente lo spazio con una serie di modelli di scalinate, sullo sfondo una grande tenda, citando la scalinata presente nel dipinto di Tintoretto Presentazione della Vergine al Tempio.

La nostra avventura si conclude con la visita del Nuovo Padiglione Italia. Imbarazzante e curioso al contempo. Sembra di entrare in un bazar: l’insieme di opere ammassate, le une sopra le altre, le didascalie che riportano i nomi degli artisti e dei loro segnalatori generando non poca confusione. Il curatore Vittorio Sgarbi nell’intento di sdoganare l’arte contemporanea dal sistema rigido dei soliti critici e galleristi, (il titolo della mostra è il provocatorio L’arte non è cosa nostra) ha chiesto a circa trecento personaggi noti della cultura, dello spettacolo e della moda di indicare ciascuno un artista. Nomi del calibro di Pistoletto, Cucchi, Paolini, Kounellis, Accardi e perfetti sconosciuti, talvolta dilettanti, convivono nello spazio sovraccarico, al limite del kitsch e risulta difficile isolare i lavori belli, che pure non mancano, dal resto che li circonda.

Usciamo fuori, sono le cinque, siamo stanchi e fa un gran caldo. Matteo ci sorride. E’ stata una bella esperienza che mi andava di raccontare e di consigliare, perchè l’arte può essere una illuminazione per tutti!

Guarda tutte le foto!

 

Info utili

Dove > Arsenale e Giardini di Venezia

Apertura > 4 giugno – 27 novembre 2011

Orario: 10-18 (chiusura biglietteria: 17,30) chiuso Lunedì

Biglietti: intero € 20 (valido anche per i Giardini); ridotto (residenti, militari e ultra65enni) € 16

Informazioni > www.labiennale.org