a love supreme A Love Supreme… Non si può capire o quantomeno provare a capire questo capolavoro assoluto, senza addentrarsi un minimo nella storia dell’uomo che lo ha creato. Uso “creato” non a caso perché in ogni nota pensata e suonata da Coltrane c’è a spingerlo: una vocazione divina. E gli vuole esprimere gratitudine proprio con questo supremo Amore per tutto quello che gli ha donato.

John William Coltrane era un uomo tranquillo, di poche parole. Tanto dolce e posato di persona, quanto intenso e a volte dirompente come musicista. All’inizio della sua carriera solista, dopo un breve apprendistato che l’ha portato a suonare con tutti i più grandi musicisti Jazz della storia, si ritrova ad essere da subito un incompreso. La sua tecnica era assolutamente avanti per i suoi tempi. Quello che veniva definito “un fiume di note” era una capacità che lui solo possedeva. Le sue mani volavano sui tasti del sax creando vortici di note che salivano e scendevano, lasciano l’ascoltatore sotto shock. Gli ci volle tempo per farsi apprezzare non solo come virtuoso del suo strumento, ma anche come raffinatissimo compositore, che non usava la sua tecnica al solo scopo d’impressionare, ma la usava per creare una nuova forma di jazz.

Con a Love Supreme Coltrane scrive il disco della vita. Qualcosa che è rimasto nella storia come uno dei pochi grandi dischi al di là di generi e del tempo, ed è considerato tra le fondamenta della musica intera.
Da persona religiosa e avido lettore di filosofia e teologia, Coltrane aveva una visione del Dio creatore molto particolare e soprattutto molto personale. Il Dio che gli aveva donato il talento e che governava ogni sua azione, che l’aveva fatto diventare uno dei Grandi e che gli aveva fatto affrontare molte prove difficili. Lui non lo identificava come una figura precisa, ma piuttosto un entità che tutto può e tutto comanda. Non a caso in America è nata una chiesa che venera l’opera di Coltrane come un vero e proprio testo sacro e lui come un Santo.

Verso la fine del 1964 decise di dedicare un disco a questa forza che tutto governa, per ringraziarlo del suo amore supremo. Da qui nacque l’idea di suonare una suite di quattro brani, come una messa suonata in onore di Dio.
Molte storie e leggende sono nate intorno alla registrazione di questo disco. Prima fra tutte l’assoluta volontà dello stesso Coltrane di suonare e registrare da subito senza provare i pezzi. Si narra infatti che portò gli spartiti in sala d’incisione e li fece vedere ai suoi musicisti per la prima volta la mattina stessa delle registrazioni. Da qui registrarono senza sovrancisioni l’intero album con pochissimi secondi take.
Il giorno seguente Coltrane provò a registrare altri fiati ed altre sovrancisioni, ma nella stesura definitiva tenne solo quello che era uscito dalle prime registrazioni. La sua volontà era quella di dare un senso unitario al disco, credendo che quello che era nato per caso fosse il volere di Dio stesso. L’intera suite fu eseguita dal vivo una volta sola, quasi a non voler sfidare quello che era stato il volere supremo. Facendo rimanere la registrazione del disco un’unicità che non doveva essere ripetuta.

Ascoltando le note che si muovono temi ossessivi e cantilenanti, si può capire senza essere esperti in materia di composizione musicale che tutto è rivolto ad un cantico religioso, un Halleluja suonato a più voci, che ringraziano per tutto l’Amore supremo che gli è stato donato.