La nostra esperta “libresca”, Chiara Podano, ci parla di un libro, molto famoso, che le è piaciuto molto e che era già stato segnalato da una nostra lettrice: Giordana. Un consiglio di lettura che rivolgiamo a tutti quelli che, immergendosi nella disumana realtà della seconda guerra mondiale, non si scoraggino nel cercare testimonianze di minime e personali tracce di umanità.

 

L’isola in via degli Uccelli è l’isola su cui Alex è costretto a “naufragare”, per istinto di sopravvivenza, per resistere e fuggire a una realtà difficile. L’isola in via degli Uccelli è una casa diroccata in un ghetto, non molto diversa dall’isola deserta in cui l’eroe di Alex, Robinson Crusoe, aveva vissuto in compagnia di Venerdì. Peccato che Alex non abbia con sé Venerdì, ma un piccolo topino bianco.

Perché vivere in una casa diroccata distrutta da una bomba all’inizio della guerra? Perché la mamma di Alex è sparita, il padre è stato catturato dalle SS e anche Alex può essere portato via da un momento all’altro.

Il ragazzo però non può scappare perché è sicuro che il padre ritornerà. Così si rifugia in questa casa diroccata e proprio come Robinson prendeva dai relitti di altre navi, così Alex prende dalle case non completamente svuotate del ghetto. Intanto, dal suo nascondiglio guarda la vita che va avanti, i ragazzi che vanno a scuola e anche lui per quanto possibile vive la sua, ha il tempo anche di innamorarsi, Alex, ma deve rimanere lì sulla sua isola perché è sicuro che il padre tornerà.

Nel libro L’isola in via degli Uccelli di Uri Orlev non si racconta una storia realmente accaduta, ma una storia verosimile. Il coraggioso Alex è costretto, dalle circostanze, a crescere in fretta: “Eppure che differenza c’era tra me e Robinson Crusoe? Anche Robinson aveva sparato ai selvaggi quando avevano tentato di mangiare Venerdì?” Così la fuga in realtà non è il suo nascondiglio, ma l’uscita da esso per essere ancora ragazzo, giocare a calcio con altri bambini o pattinare con la ragazzina di cui è innamorato, un piccolo spiraglio di normalità.

Una storia che potrebbe essere realmente accaduta e Orlev lo sa bene perché, nato nel 1931, ha vissuto in prima persona le tragiche conseguenze della guerra, così il racconto risulta dettagliato riuscendo a cogliere le ansie e le paure di Alex, la sua fragilità, ma al contempo la sua forza nel tirar fuori il coraggio di sopravvivere.

L’autore descrive gli eventi con innocenza, purezza e umorismo, come se in realtà fosse lui Alex ed è proprio questa la forza del libro. Spesso racconti di questo tipo risultano essere molto forti, perché si sa, una realtà così amara non è facile da raccontare né da leggere in quanto ancora oggi ci tocca da vicino. In questo caso, però, non è così, anzi, durante la lettura, nonostante la gravità del tema, si riesce a cogliere la leggerezza dello sguardo del protagonista sulla sofferenza del suo mondo.