Se dobbiamo scegliere, tra i 139 articoli della Costituzione italiana, quello che  più di tutti ne racchiude il significato e che più di tutti ci piace, questo è l’articolo 3, che afferma il principio di uguaglianza.

“Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Tutti i cittadini, dunque, sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di nessun tipo. O, come è scritto nei Tribunali, la legge è uguale per tutti. Ma c’era davvero bisogno di scriverlo, questo principio di uguaglianza, nella Costituzione e nei Tribunali? In fondo, è un principio generale, che molti danno per scontato.

giornale d'epoca, titolo: è nata la repubblica italianaLa risposta, cari lettori, è sì, ce n’era bisogno, specialmente quando la Costituzione fu approvata, ma – come vedremo – anche in seguito. Già, perché la Costituzione fu scritta appena terminata la Seconda Guerra Mondiale, dopo venti anni di dittatura fascista, un periodo buio durante il quale il principio di uguaglianza era stato troppo spesso calpestato. In un altro articolo vi abbiamo parlato della deportazione dei cittadini di religione ebraica; il fascismo, inoltre, perseguitò gli oppositori politici, incarcerandoli e privandoli dei propri diritti. Ristabilita la democrazia, furono eliminate le più vistose violazioni del principio di uguaglianza, Insieme alla monarchia, furono ad esempio aboliti i titoli nobiliari: per la Costituzione, la contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare ha insomma esattamente gli stessi diritti e dover del ragioner Fantozzi.

Rimanevano però altre disuguaglianze. Le donne, ad esempio, che avevano ottenuto il diritto di voto solo nel 1946 per il referendum che abolì la monarchia e scelse la repubblica, non godevano degli stessi diritti degli uomini. Non potevano svolgere alcuni lavori, come il giudice o il professore universitario, ed erano tenute ad obbedire, senza discussioni, all’autorità del padre o del marito. Fino al 1968, ad esempio, la moglie che tradiva il marito commetteva un reato, se a tradire era il marito il reato non c’era. D’altro canto, fino a trent’anni fa agli uomini era vietato insegnare nelle scuole materne.

Purtroppo anche oggi ci sono differenze di trattamento fra uomini e donne (le donne generalmente  hanno stipendi più bassi e difficilmente raggiungono posizioni importanti nel lavoro), ma la Costituzione stabilisce almeno che le leggi non possano discriminare per sesso. Anzi, lo Stato può agire per promuovere la pari opportunità tra donne e uomini. Le “quote rosa”in politica ne sono un esempio.

Ma soprattutto le disuguaglianze tra i cittadini si fondavano sulla classe sociale di appartenenza, sulla famiglia di provenienza, sul luogo di origine, sulla ricchezza posseduta, tutti elementi che facevano in modo che non tutti i cittadini fossero davvero uguali. Qualcuno, in effetti, rimaneva più uguale degli altri.

Insomma, dire che tutti gli uomini sono uguali non basta, se questa affermazione resta sulla carta: è necessario fare in modo che questa uguaglianza sia effettiva, e questo è possibile solo se lo Stato aiuta coloro che partono in una situazione di svantaggio, perché di classe sociale modesta, o di umili origini, o senza grandi ricchezze a disposizione, in modo che possano confrontarsi ad armi pari con i più privilegiati.

Come? Ad esempio concedendo borse di studio agli studenti meritevoli, che non hanno mezzi economici sufficienti, come dice l’articolo 34 della Costituzione. Oppure riservando una parte dei posti di lavoro ai disabili ed eliminando le barriere architettoniche, o aiutando economicamente le famiglie più numerose e i cittadini meno abbienti.

Nuovi rischi di discriminazione si affacciano però, con il cambiare della società. L’immigrazione da tanti Paesi del mondo ci mette ogni giorno di fronte a persone con colore della pelle diverso (una volta una pubblicità di abiti mostrava tanti bambini di tutti i colori, ora le finestre di ogni scuola propongono la stessa immagine), lingue diverse (dall’ucraino al cinese, dallo spagnolo al cingalese), religioni diverse (cristiani ortodossi, islamici, indù, buddisti).

La Costituzione impone a chi fa le leggi di non discriminare nessuno sulla base di questi elementi, e anzi alcune leggi puniscono duramente le dichiarazioni ed i comportamenti razzisti, ma poi c’è una vita quotidiana fatta di convivenza gomito a gomito, in cui ognuno dovrebbe domandarsi se davvero sta pensando, agendo e comportando secondo questi principi.

 

Ps. Grazie a Rino per la collaborazione editoriale