Il petrolio è una risorsa molto importante, senza la quale la nostra vita quotidiana sarebbe molto diversa. Il problema è che si tratta di una risorsa finita e scarsa, perché i giacimenti dai quali viene estratto ne contengono sempre meno e sono destinati ad esaurirsi. Così, si cercano sempre nuovi giacimenti, ovunque, anche in fondo al mare (come insegna Cars 2…per chi l’ha visto). In Italia, il petrolio viene estratto sia da pozzi sulla terraferma che dai fondali marini. In tutto poco più di 5 milioni di tonnellate, pari al 7% dei consumi nazionali.

In particolare, nei mari italiani ci sono 9 piattaforme e 83 pozzi ancora produttivi, che lo scorso hanno prodotto settecentomila tonnellate di petrolio (4,4 milioni di tonnellate a terra). Ma presto a questi pozzi potrebbero aggiungersene anche altri. Sono infatti 25 i permessi di ricerca di idrocarburi sui fondali marini già rilasciati alla data del 31 maggio 2011, per un totale di quasi 12mila kmq, pari a una superficie di poco inferiore alla regione Campania: 12 riguardano il canale di Sicilia, 7 l’Adriatico settentrionale, 3 il mare tra Marche e Abruzzo, 2 in Puglia e 1 in Sardegna.

Se però si considerano anche le aree per cui sono state avanzate richieste per attività di ricerca dalle società petrolifere, si arriva ad un totale di circa trentamila kmq, una superficie più grande di quella della regione Sicilia. Si tratta di 39 aree: 21 nel canale di Sicilia, 8 tra Marche Abruzzo e Molise, 7 sulla costa adriatica della Puglia, 2 nel golfo di Taranto, e 1 nell’Adriatico settentrionale.

Questi dati provengono dal dossier “Un mare di trivelle, realizzato dall’associazione ambientalista Legambiente per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno delle trivellazioni in mare per l’estrazione del petrolio. Il punto di vista dell’associazione è chiaro: “iI nostro Paese -afferma Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente- è considerato il nuovo Eldorado, grazie alle condizioni molto vantaggiose per cercare ed estrarre idrocarburi. Ma, come ripetiamo da anni, il gioco non vale la candela: secondo il Ministero dello Sviluppo economico le riserve stimate sono pari a 187 milioni di tonnellate che, considerando il tasso di consumo del 2010 di 73,2 milioni di tonnellate, verrebbero consumate in soli 30 mesi, cioè in 2 anni e mezzo”.

Ma perché tutto questo interesse delle società petrolifere straniere per il nostro Paese, dotato di scarse risorse di petrolio? Analizzando le richieste per ottenere un permesso di ricerca in mare, solo 5 sono state presentate da compagnie italiane (Enel, Edison e Eni) mentre il 90% arrivano da compagnie straniere, in particolare dalla Northern Petroleum Limited Ltd (compagnia inglese) che copre quasi il 50% delle istanze presentate. Il motivo è semplice: oggi in Italia ricercare ed estrarre il petrolio presenta delle condizioni molto più vantaggiose rispetto al contesto internazionale, come sostengono esplicitamente le stesse compagnie petrolifere estere, in particolare la Northern Petroleum Plc e la Cygam Energy Inc. Entrambe sottolineano le condizioni, in particolare quelle fiscali, molto vantaggiose dell’Italia rispetto agli altri Paesi, che la rendono molto appetibile.

La produzione di petrolio off shore (da trivellazione a mare) si concentra in due zone: a largo della costa meridionale siciliana, tra Gela e Ragusa, dove nel 2010 si è prelevato il 54% del totale nazionale estratto dai fondali marini, e nel mar Adriatico centro meridionale dove è stato estratto il restante 46%.

Ed è proprio su queste due zone che si concentra maggiormente l’attenzione delle compagnie per le nuove trivellazioni, che non risparmia nemmeno le aree marine protette, come nel caso delle Egadi o delle Tremiti, isole per le quali lo scorso anno Petroceltic Italia srl ha ottenuto una Valutazione di Impatto Ambientale positiva relativa ad un programma di indagini. Le trivelle minacciano anche zone di alto pregio naturalistico, come la zona di mare a largo delle isole Egadi o di Pantelleria, che oggi non vedono la presenza di piattaforme per l’estrazione, ma su cui pesa la minaccia di nuove trivelle. Infatti, a poca distanza dalla zona interdetta incombono, oltre i permessi di ricerca già accordati, 5 richieste per un totale di circa 2.047 Kmq, tutte localizzate a largo delle isole Egadi. I richiedenti sono la Northern Petroleum Ltd (titolare di 4 richieste) e la San Leon Energy (titolare di 1 istanza). I permessi di ricerca già concessi in quest’area sono invece 6 e tutti alla Shell Italia E&P e alla Northern Petroleum Ltd.

Il tema dell’energia è un tema importantissimo ma anche estremamente complesso, da cui derivano molti equilibri economici e politici nel mondo. Secondo Legambiente e altre associazioni e movimenti ambientalisti, il rilancio del settore energetico nel nostro Paese è inevitabile ma deve essere basato su innovazione, efficienza e su fonti di energia alternative. Bisogna cercare di consumare sempre meno petrolio e spostare la produzione di energia verso fonti meno inquinanti e rinnovabili, che non siano destinate, cioè, ad esaurirsi in tempi “umani”. Come il Sole, che per altri 5 miliardi di anni ci regalerà luce energia e vita, come continua a fare da quanto si è formata la Terra.

Da questo punto di vista, la produzione di energia basata sugli idrocarburi, oltre ad essere una seria minaccia per l’ambiente, appartiene al passato. Il futuro del mare italiano -si legge nel rapporto di Legambiente- sta nel turismo di qualità e nella pesca sostenibile, non certo nella minaccia di nuove piattaforme petrolifere che rappresentano una seria ipoteca sul futuro delle nostre coste, come ha dimostrato la tragedia ambientale del Golfo del Messico dello scorso anno.