Alzarsi la mattina, farsi un toast, lavarsi con acqua calda, indossare scarpe firmate, andare a scuola in macchina, eccetera eccetera. E allora, cosa c’è di strano? mica siamo nel 1400 come i protagonisti di “Non ci resta che piangere”…(a proposito, guardatelo se non l’avete mai visto, si tratta di un film veramente divertente).

In realtà non occorre andare indietro di sei secoli per trovare una realtà quotidiana completamente diversa dalla nostra. Basta rimanere nel presente, spostandosi però nei luoghi più selvaggi del pianeta: foreste tropicali, deserti e ghiacciai perenni. Qui vivono, ancora oggi, circa 5.000 gruppi di popolazioni indigene, per un totale -secondo i dati dell’associazione Survival– di almeno 370 milioni di persone. Essi rappresentano il 6% della popolazione del nostro pianeta e sono distribuiti in più di 70 nazioni diverse. Tra loro, circa 150 milioni sono classificati come “popoli tribali” in senso stretto, organizzati in comunità tribali da centinaia se non addirittura da migliaia di anni. Comunità autosufficienti che vivono delle risorse del loro territorio: caccia, pesca e raccolta, oppure di agricoltura e allevamento su piccola scala.

Questi popoli hanno, molto spesso, un legame profondissimo e simbiotico con l’ambiente in cui vivono. Un ambiente che però è sempre più minacciato dallo sfruttamento del cosiddetto “mondo civilizzato”: le grandi compagnie private che, con l’appoggio spesso dei governi, in nome degli affari distruggono i territori in cui vivono i popoli tribali per appropriarsi di preziose risorse naturali.

Tale tendenza, immutata dall’epoca della colonizzazione europea, potrebbe oggi essere messa fortunatamente in discussione. Un segnale forte, in questo senso, è dato da un recente studio della Banca Mondiale (istituzione internazionale che si occupa di contrastare la povertà nel mondo), in passato poco sensibile ai diritti di queste popolazioni e sostenitrice del primato dello sviluppo economico e dell’industrializzazione. Questo studio, partendo dall’assunto che la conservazione di questi ambienti sia oggi importante per contrastare i cambiamenti climatici e per proteggere la biodiversità, afferma che  tali comunità hanno un ruolo chiave nella conservazione delle foreste del mondo. Secondo i dati raccolti, quando i popoli indigeni possono continuare a vivere nelle aree protette, e non ne vengono espulsi, la deforestazione scende ai livelli minimi.

Per quantificare meglio i livelli di deforestazione in corso è stato utilizzato un rilevamento satellitare. Osservando le foreste dall’alto, attraverso le immagini fornite da un satellite, è stato dimostrato che tra il 2000 e il 2008 la deforestazione nelle aree dove vivono indigeni è stata di circa il 16% più bassa che altrove.

Gli esperti sono convinti (e sembra facile dar loro ragione) che queste popolazioni rappresentino la miglior barriera alla deforestazione e la migliore risorsa per la riduzione degli incendi e per un’ottimale conservazione della biodiversità dei territori “selvaggi”. Tanto più che, come ricorda il WWF, l’80% delle zone più ricche di biodiversità del pianeta sono abitate, non a caso, da popoli indigeni.

La tutela del territorio da parte di queste comunità include pratiche come tabù, sistemi di rotazione delle colture, divieti di caccia stagionale e boschi sacri. In particolare, i tabù sono profondamente radicati e servono sia a mantenere l’ordine sociale che a proteggere le risorse da cui la comunità dipende. Il risultato di questi tabù è infatti un razionamento efficace delle risorse nel territorio e un’armonizzazione dei cicli naturali con la vita delle persone.

Detto ciò, è bene sottolineare un altro aspetto della questione. A volte il danno maggiore per queste comunità è l’imposizione di progetti di conservazione dall’alto. Capita che queste persone vengano a conoscenza in maniera brusca e violenta, dai guardaparco ad esempio, che le loro terre sono state dichiarate dai governi aree protette. In questi casi, da un giorno all’altro, ai popoli tribali vengono vietati i loro tradizionali metodi di sussistenza: caccia, pesca, coltivazione. Tutto questo mette a repentaglio l’esistenza stessa di queste comunità e, paradossalmente, la salute delle foreste.

Risorse web – Popoli tribali

Il contributo degli indigeni all’umanità

Buone notizie sui popoli tribali