“Fare il regista di film d’animazione è il lavoro più bello del mondo perché quando lavori ad un’animazione hai la sensazione di poter dar vita agli oggetti, di essere quasi un Dio, e poi avere una squadra di 2-300 persone che lavora insieme a te per realizzare le tue visioni è veramente una cosa grande”. Parola di Peter Lord, creatore di celebri film d’animazione, protagonista di un’interessante conferenza questa mattina al Centro Culturale San Gaetano di Padova, tenutasi nell’ambito della quattordicesima edizione dell’Euganea Film Festival.

peter lord padova

Tutto ebbe inizio -racconta Lord- nella metà degli anni ’70, quando lui e David Sproxton fondarono a Bristol quello che sarebbe poi divenuto il leggendario studio Aardman. Il nome insolito si deve all’ispirazione che ebbero in quel momento: prendere una parola buffa -Aardvark (termine inglese per oritteropo)- e una parola “altisonante” -superman- e metterle insieme: il risultato è appunto Aardman, poco più che uno scherzo, divenuto un marchio globale punta d’eccellenza nell’ambito del cinema d’animazione.

Già prima dell’Aardman (passato in 30 anni da 0 a 200 dipendenti), i due da studenti avevano iniziato a lavorare, realizzando dei corti per dei programmi per bambini con deficienza uditiva. Queste animazioni erano comuni, a 2 dimensioni, realizzate con i mezzi di allora. Presto, però, sarebbero state superate da altre, create con una tecnica nuova: lo stop-motion o stop-frame. Essa prevede l’utilizzo di fotografie di oggetti che vengono posizionati in un certo modo e poi mossi progressivamente (e fotografati ad ogni cambio di posizione). La proiezione in sequenza delle immagini, come nel cinema, dà poi l’illusione di movimento. Ad ispirare questa innovazione di stile fu la visione, all’inizio degli anni ’70, di un lavoro dell’americano Eliot Noyse fatto con la creta:

Fu così che nel 1976 nacque il celebre personaggio Morph, un omino di plastilina protagonista delle più disparate ed esilaranti avventure.

Morph conquistò subito moltissimi fan tra gli adulti e, soprattutto, i ragazzi. Per molti anni, poi, restò un progetto in stand-by ma è tornato da poco in auge perché i bambini che lo amavano allora sono a loro volta divenuti genitori e vogliono che i loro figli possano guardare in tv il loro “vecchio” beniamino.

“Abbiamo creato personaggi molto famosi ma noi sperimentiamo continuamente cose nuove” afferma Lord durante la conferenza e lo si comprende bene guardando le diverse clip di filmati che accompagnano la sua esposizione.

Una prima innovazione riguarda l’utilizzo di animazioni di animali in plastilina per “dar corpo” a reali registrazioni vocali di adulti e bambini, un po’ come facevano John e Faith Hubley registrando le voci delle loro bambine e poi creando animazioni su di esse:

Poi c’è la sperimentazione di tecniche particolari, come quella utilizzata per questo spot della Nokia:

qui la ragazzina protagonista è stata creata con una stampante 3D ed è alta pochi millimetri.

Ma non è finita, perché ci sono i progetti con la BBC, la Tate Gallery e la raccolta fondi per l’ospedale di Bristol, che ha raggiunto la considerevole cifra di 30 milioni di sterline. Il progetto Tate Movie Project è così interessante che merita di essere approfondito. Si tratta di un film, uscito nei cinema inglesi e andato in onda nel 2011 sulla BBC, interamente realizzato da studenti dai 5-13 anni che hanno ispirato la storia, proposto la sceneggiatura, fatto i disegni, creato gli effetti sonori.

E che dire dell’invenzione di personaggi mitici come Wallace and Gromit e Shaun the Sheep, conosciuti e apprezzati in tutto il mondo, come serie e come lungometraggi. A questi film lavora ogni volta un team di 300 persone, impegnato in un corposo lavoro materiale, perché la grafica computerizzata viene usata molto poco. “La cosa più importante di questi personaggi in 3D -spiega Lord- sono gli occhi, la loro espressività è il punto di arrivo del nostro lavoro, non la perfezione tecnica data dall’utilizzo del computer. La stessa tecnica del double-frame (12 fotogrammi al secondo invece che 24 come nel cinema tradizionale) da una parte è un limite tecnologico, dall’altro rappresenta un fattore positivo dal punto di vista estetico, un qualcosa che viene fuori, che riconosciamo con gli occhi e con la mente”.

Vedendo questi filmati si ha quasi l’impressione che tutto sommato sia facile creare storie animate divertenti e godibili. Niente di più lontano dalla realtà, come spiega bene Peter Lord: “Ogni volta che inizi un lungometraggio è come scalare l’Everst, sembra impossibile che arriverai in fondo”. Fortunatamente per noi, alla fine la Aardman ce la fa ad arrivare in fondo, dando modo al pubblico mondiale di sperimentare l’incanto e la magia delle loro “gommose” storie.