Gli orti cittadini si moltiplicano, in Italia e nel mondo, e offrono un’opportunità ai più piccoli per imparare, giocando, i segreti dell’agricoltura e dell’ambiente.  Seminando, coltivando, raccogliendo e piantando di nuovo si assiste al ciclo vitale di un organismo -il ciclo di nascita, crescita, maturazione, declino, morte e nuova crescita della generazione successiva- e l’orto diventa una preziosa metafora della vita.

Esistono orti sui tetti di grattacieli, orti nelle scuole, nei carceri, negli slum, orti comunitari negli spazi tra i palazzi delle periferie metropolitane, campi coltivati ai margini dei parchi urbani, orti nei sacchi di juta e nelle bottiglie di plastica riciclate. E’ un fenomeno mondiale in grande crescita, figlio dei tempi: una risposta alla crisi economica e al desiderio di un cibo e di un ambiente più sani.

Gli orti, poi, piacciono a tutti: anziani, disoccupati, persone con difficoltà, bambini. E tutti li vogliono: negli ultimi anni il loro numero si è moltiplicato. Oggi, anche se non esiste un registro unico ufficiale, in tutta Italia se ne contano circa 20.000. Mille soltanto a Milano, dove i primi furono istituiti negli anni ‘80 al parco Boscoincittà, recintando piccoli appezzamenti di terreno ai limiti del parco urbano e mettendoli a disposizione dei cittadini.

 

Per tutti i gusti

La parola orto viene dal latino “Hortus” che significa spazio chiuso, recintato, adibito alle pratiche della coltivazione. Esso testimonia il più immediato legame dell’Uomo con la Terra, la sua prima forma di intervento “culturale” sull’ambiente.

Oggi gli orti non sono più semplicemente orti ma vengono sempre accompagnati da un’altra parolina, illustrativa e classificatrice. Così abbiamo orti urbani (di città), orti didattici (per coltivare la pazienza, il rispetto, l’amore per la natura),  orti scolastici (da fare a scuola), orti sinergici (in cui si ricerca la simbiosi tra le varie piante coltivate e tra esse ed il terreno), orti bio (in cui ogni sostanza chimica è bandita), orti presidenziali (come quello di Michelle Obama alla Casa Bianca), orti terapeutici (volti all’integrazione di persone diversamente abili), orti sociali (che sorgono su terreni comunali dati in gestioni ad associazioni e cittadini), etc.

 

Nell’ex ospedale psichiatrico

Una delle storie più interessanti, che riguarda il capoluogo lombardo, è quella dell’orto nato dentro l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Qui, due ragazzi di quattordici anni, Alberto e Niccolò, trovarono alla fine del 2003 un piccolo terreno inutilizzato di proprietà della Provincia di fronte ad uno spazio gestito dall’associazione “Il giardino degli aromi”, impegnata in progetti di recupero sociale e di riqualificazione ambientale.

I ragazzi, appassionati di botanica e dopo qualche tentativo di fare l’orto sul balcone, chiesero all’associazione delle zappe e delle vanghe in prestito per iniziare a coltivare quel prato abbandonato. Cominciarono così ad andarci nei pomeriggi dopo la scuola per rivoltare la terra, costruire recinzioni e mangiatoie per uccelli, seminare, innaffiare, piantare e…raccogliere! L’esperienza fu molto positiva e il raccolto di pomodori, zucchine e altre verdure abbondante e gustoso. Il progetto si ingrandì: “a noi si unirono anche genitori e nonni e il papà di un nostro amico -racconta Alberto- ci regalò tre o quattro galline; poi costruimmo uno stagno e una casetta sull’albero”.

“Il momento più bello -secondo Aurora dell’associazione Il giardino degli aromi- fu quando i ragazzi, due anni fa, tornarono a reclamare l’orto dopo un periodo in cui la vita (lo studio, il lavoro e gli altri interessi) li aveva allontanati dal loro amato passatempo”. Oggi l’orto si è molto ingrandito ed è diventato un “Libero orto“, dal nome del progetto di orti comunitari, in cui si ritrovano fianco a fianco giovani coppie, anziani, ragazzi, famiglie allargate di migranti.

Purtroppo, gli orti dei ragazzi e le attività delle associazioni che operano nel parco rischiano oggi di scompare a causa di un progetto di edificazione. Il nuovo Piano di Governo del Territorio (PGT) ha infatti approvato la costruzione di edifici all’interno dell’area in cui ora sono presenti orti condivisi e centinaia di alberi. Contro questo scenario si sono mosse le associazioni che stanno raccogliendo le firme dei cittadini per una petizione da presentare alle istituzioni, al fine di ottenere una modifica del PGT.

 

A Roma anche l’orto è storico

Hortus Urbis - foto di Zappataromana copiaDa Milano a Roma il passo è breve. Nel parco dell’Appia Antica della Capitale esistono gli orti di Hortus Urbis: un progetto gestito dall’associazione Zappata Romana che si occupa di riqualificazione urbana. Qui si svolgono ogni anno decine di laboratori con i bambini delle scuole, i quali hanno la possibilità di scoprire come funziona il ciclo della vita in un orto. La particolarità di questa esperienza è che si cerca di coltivare soltanto piante che erano presenti al tempo dell’antica Roma. Quindi niente pomodori né patate ma specie locali -una volta molto più utilizzate di oggi- come la borragine e le bocche di leone.

Oltre alla cura dell’orto, periodicamente si organizzano anche laboratori per fare i mattoni di terracotta, allevare lombrichi, fare il pane, dolci ed opere d’arte.

 

Un sacco pieno di…

A Berlino come a Nairobi, viene utilizzata la tecnica del “garden in sack” che consiste nel riempire di terra dei grandi sacchi e coltivarci dentro ortaggi come spinaci, peperoni e cipolle. A Berlino questa tecnica consente di poterli spostare nel caso il proprietario del terreno in cui sorge l’orto voglia rientrare in possesso dell’area, mentre in Kenya e nelle nazioni povere questa tecnica consente di coltivare del cibo nel giardino casa, in zone dove i terreni coltivabili sono inesistenti o inaccessibili, per via del loro costo, alla maggior parte degli abitanti.

 

L’orto “intelligente”

ortodomiSapevate che esiste anche un orto supertecnologico (open source) tutto automatico? Si tratta di Horto Domi: una piccola serra a forma di cupola regolata da un sistema tecnologico “aperto” (la scheda elettronica Arduino), che permette, grazie a dei sensori di temperatura e umidità, di monitorare la situazione all’interno della serra, controllando irrigazione, illuminazione, riscaldamento, rilascio di fertilizzanti e persino di lombrichi per smuovere il suolo. Il tutto pilotabile anche a distanza, tramite smartphone.

Altra curiosità: il progetto, realizzato da due ragazzi texani, è stato finanziato mediante crowdfunding, ovvero con la raccolta di donazioni fatte da anonimi donatori attraverso la Rete.