Sul Mar Cantabrico si affacciano le Asturie e la Cantabria, terre famose in tutto il mondo per le spettacolari pitture rupestri risalenti al paleolitico. Le grotte in cui sono state rinvenute tali pitture sono così rilevanti, dal punto di vista paleontologico, archeologico e artistico, da essere state  inserite nel “patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO.

Recenti scoperte stanno gettando una luce nuova su queste grotte. Non solo …

cuevas

Si pensava che le pitture rupestri più antiche del mondo avessero 37000 anni (secolo più, secolo meno) e si trovassero nella bellissima “Grotta di Chauvet”, in Francia. Ma lo scorso giugno un’équipe di ricercatori inglesi e spagnoli ha pubblicato sulla rivista “Science” i risultati di un lavoro di datazione di numerosi dipinti e graffiti presenti in 11 grotte delle provincie di Cantabria e delle Asturie, e il primato di antichità è passato ad un disegno della “Grotta di El Castillo”. Si tratta di un disco rosso, realizzato almeno 40̇̇̇̇800 anni fa! Più o meno in concomitanza con l’arrivo stimato dell’uomo moderno in questa regione europea. Infatti i reperti più antichi fino ad ora qui trovati, ed attribuibili con certezza all’uomo moderno, risalirebbero a circa 41500 anni fa: si tratta di strumenti litici e in osso rinvenuti nella vicina Grotta di Morìn.

Altri due dipinti sono risultati essere davvero interessanti: il profilo di una mano (di almeno 37290 anni) sempre nella grotta di El Castillo e un simbolo rosso a forma di clava (di almeno 35550 anni) presente sulle pareti della famosissima Grotta di Altamira.

paesaggio Cantabria Grotte Altamira

è in queste terre che vivevano gli uomini che hanno realizzato i più antichi dipinti del mondo

Ma come hanno fatto a scoprirlo?

Nel corso dei millenni i disegni e i graffiti delle caverne cantabriche sono stati ricoperti da uno strato di calcite (carbonato di calcio), un minerale che in determinate condizioni forma le stalattiti e le stalagmiti tipiche delle grotte carsiche, tanto sottile da permettere ancora di ammirare tali opere d’arte. I ricercatori hanno pensato di calcolare l’età dello strato minerale che le ricopriva. Non è detto che la superficie del dipinto fosse stata coperta dalla calcite non appena eseguito il disegno, ma è certo che i dipinti non siano stati eseguiti dopo. Quindi datando la calcite i ricercatori hanno di fatto stimato l’età minima dei disegni, che potrebbero dunque essere persino più antichi!

Per stabilire l’età della patina di calcite è stato adotatto il “metodo di datazione uranio-torio”: semplificando molto, questo metodo si basa sulla misurazione dei quantitativi di queste due sostanze radioattive, in particolare dei loro isotopi più stabili. Infatti l’acqua che percola nelle grotte contiene, in essa disciolti, il calcio che formerà gli strati di calcite, e altre sostanze, come ad esempio l’Uranio (più esattamente il suo isotopo 238). Quest’ultimo inizierà a decadere e si formeranno, nel corso dei millenni, quantitativi sempre maggiori di Torio (in particolare il suo isotopo 230), che in acqua non è solubile (ed è per questo che inizialmente non è presente: non è in grado di attraversare la roccia assieme all’acqua). Poiché si conosce il tasso di decadimento dell’Uranio, mettendo assieme tutte queste informazioni è possibile stabilire dalla concentrazione delle due sostanze l’età del campione in esame.

Questo metodo è molto preciso e poco invasivo: bastano piccoli campioni di calcite e non si va ad intaccare la superficie pittorica.

I dipinti delle grotte erano già stati datati con il metodo del carbonio 14 (grazie al quale si stabiliva che il più antico risaliva a 35.000 anni fa), usato per conoscere l’età dei materiali organici. Infatti molte di queste pitture sono state eseguite utilizzando colori di derivazione organica. Sembra un buon metodo, ma ha due difetti: è invasivo, perché bisogna prelevare un campione di pittura, rovinando così il disegno (affinché la misura sia precisa, poi, il campione deve essere pure consistente!); e non è possibile stabilire l’età dei disegni eseguiti con colori non organici (ad esempio con l’ocra rossa). Per non parlare dei graffiti, che di colori non ne hanno proprio!

Ecco dunque la scelta del metodo che prevede l’analisi della patina pittorica.

È chiaro che lo scopo di questo studio non era quello di stabilire un nuovo record. Non solo, almeno …. Quali altri informazioni gli scienziati hanno dunque ricavato da tutti i dati che hanno ottenuto, considerando che sono stati analizzati più di cinquanta campioni?

graffiti

anche oggi l’uomo sente la necessità di dipingere sui muri delle abitazioni dele città: i graffiti e i murales sono le “pitture rupestri” dei nostri giorni

È stata, ad esempio, confermata l’idea che inizialmente l’uomo dipingesse utilizzando un solo colore, e che i soggetti rappresentati fossero per lo più figure astratte, simboliche, come punti o dischi rossi, profili di mani, oggetti claviformi. Con il passare del tempo, i disegni sono diventati gradualmente più complessi, multicolori, e realistici. Le pitture più recenti rappresentano animali, uomini e scene di caccia, con una ricchezza di dettagli incredibile: da esse è possibile riconoscere con esattezza molti degli animali coevi all’uomo che le eseguì, e possono essere considerate dei veri e propri capolavori!

Ma non è tutto. I ricercatori che hanno preso parte a questo lavoro vogliono metterci una grossa pulce nell’orecchio, proponendo un’ ipotesi alquanto suggestiva. Cito:

“Poiché 40800 anni – data per il disco – è un età minima, non si può escludere che i primi dipinti fossero espressioni simboliche dei Neanderthal, che erano presenti in Cantabria, in Spagna, almeno fino a 42000 anni fa.”

È questa affermazione che ha solleticato moltissimo la mia curiosità, e che mi ha spinto a volervi parlare dell’argomento … che tocca un tasto molto delicato: l’evoluzione dell’uomo.

scimpanze

lo scimpanzé è l’animale vivente geneticamente più vicino all’uomo

Dopo quasi 150 anni dalla pubblicazione de “L’origine dell’uomo” di Charles Darwin, sembra sia ancora molto difficile occuparsi di questo tema con atteggiamento meramente scientifico: c’è chi si lascia trascinare da facili entusiasmi, chi, al contrario, respinge ogni ipotesi che avvicini di un altro passo l’uomo moderno a qualche altro membro del genere Homo (come l’uomo di Neanderthal, appunto). La verità è che per quanti progressi stiamo facendo nella conoscenza dell’argomento, abbiamo ancora pochi e frammentari reperti, e lo sviluppo di tecniche sempre più precise, mette di volta in volta in crisi qualche “certezza” raggiunta. Ugualmente bisogna riconoscere una notevole resistenza culturale da parte di alcuni studiosi.

La citata affermazione dei ricercatori anglo-spagnoli è sincera, ma, a mio avviso, è anche una provocazione, rivolta magari a chi ha un tipo di atteggiamento più conservativo.

Per comprendere meglio cosa voglio dire, devo parlarvi di un altro reperto archeologico, molto controverso: il cosiddetto “flauto di Neanderthal”. Si tratta di femore d’orso che presenta due buchi completi e due incompleti. È stato rinvenuto nel sito di Divje Babe I, in Slovenia, e la datazione al radiocarbonio lo fa risalire a 41300 anni fa circa. Tutti gli altri reperti ritrovati in questo sito e coevi al flauto sono attribuibili all’uomo di Neanderthal, motivo per cui anche il “flauto” è stato attribuito ad esso. Molti, però, si sono opposti duramente all’ipotesi che si trattasse di un flauto, affermando che i buchi fossero il risultato di uno o più morsi di qualche carnivoro.

L’ultima datazione del reperto è stata effettuata nel 2006, ma a marzo del 2009 sulla rivista “Nature” compare un articolo in cui si afferma di aver scoperto in Germania il flauto più antico del mondo, risalente a ben 35000 anni fa! In questo articolo, addirittura, si sostiene che probabilmente la musica è stata, per l’uomo moderno, uno dei fattori che lo ha fatto vincere rispetto al “più conservativo Neanderthal”! I ricercatori di questo articolo hanno completamente ignorato l’esistenza del “flauto” di Neanderthal, o non l’hanno ritenuto tale …

Insomma bisogna aspettare il 2011 per affermare che il reperto di Divje Babe è stata opera dell’uomo. Ma giudicate voi!

Il fatto che il reperto sia lavorato dall’uomo non dà, è vero, indicazioni certe della sua utilità … Ma pur di negare la tesi originaria, per anni alcuni studiosi hanno persino negato la natura artificiale dell’oggetto.

Nel frattempo, a maggio di quest’anno, un flauto rinvenuto in Germania, attribuibile con certezza all’uomo moderno, è stato datato circa 42500 anni …

Ai detrattori del flauto Neandertaliano bastava aspettare un po’…

Bisogna ammettere che chi si cimenta nello studio della storia dell’uomo, delle sue origini, della sua evoluzione, deve affrontare un lavoro davvero difficile, analogo a quello di chi vuole assemblare un grosso e complicato puzzle avendo pochissimi tasselli a disposizione, e senza conoscerne il soggetto, stampato sul coperchio di una scatola andata perduta …

In realtà, questi studiosi, un’idea del soggetto in questione ce l’hanno, e trattasi proprio dell’evoluzione dell’uomo (biologica e culturale), ma è un’idea puramente astratta. Non solo! I puzzle raffigurano immagini statiche, mentre la storia è dinamica, e dinamico è anche il mondo della ricerca, con tecniche sempre nuove e idee diverse su come affrontare le questioni.

Magari questo puzzle dinamico non verrà mai terminato, ma vale la pena iniziare, anche solo per scoprire qualche tassello nuovo. Questo è più meno ciò che fanno antropologi, archeologi, biologi evoluzionisti, paleontologi …

Ed è davvero appassionante!