A nessuno piacerebbe fare da spuntino per uno squalo, bisogna essere onesti; ma dobbiamo essere onesti fino in fondo, e non dare troppa voce alla paura. Paura sfruttata ben bene, negli ultimi decenni, per vendere articoli di giornale, servizi televisivi, film e documentari dai titoli horror come “Terrore sott’acqua” e “Squali assassini”. Il risultato è stato trasformare la paura (naturale quando si ha a che fare con un forte predatore) in terrore e odio. Sentimenti che ci hanno resi ciechi di fronte alla vera mattanza.

Oggi finalmente si inizia a parlare di come stanno realmente le cose: uno slogan molto efficace in questo senso recita “è più probabile morire per una noce di cocco in testa che per bocca di uno squalo”. Ed è proprio così! Per uno squalo, invece, è molto probabile morire per mano dell’uomo: a causa dell’inquinamento, della pesca eccessiva delle sue prede e degli squali stessi, sia che cadano per errore nelle reti dei pescatori, sia che vengano catturati volontariamente per la loro carne, per la pelle, per le pinne …

La predazione è un fatto naturale, uno degli ingranaggi che fa funzionare questo grande meccanismo che è la vita: senza nutrimento non si può sopravvivere. Da questo punto di vista, dunque, non sarebbe tanto strano se uno squalo si mangiasse un membro della specie Homo sapiens. Se non fosse che le prede abituali degli squali sono altre… Dal nostro punto di vista, si può capire, un evento del genere appare inaccettabile, e quelle rarissime volte che accade ne rimaniamo sconvolti, a tal punto da volerci vendicare [1]. Non ce la prendiamo allo stesso modo con le automobili, che di vittime ne provocano molte di più, tutti i giorni [2]. Un atteggiamento, a dir poco, irrazionale, soprattutto considerando il fatto che agli squali capita di andare a finire tra le nostre fauci ogni giorno, in ogni parte del mondo, copiosamente!

Nessun essere vivente, però, compreso l’uomo, può predarne altri all’infinito! Il pianeta Terra è un sistema finito, limitato, e lo sono le sue forme di vita. Sembra che l’essere umano, al momento, non se ne renda pienamente conto, e si sia trasformato in un consumatore avido e incontentabile: la natura, ai suoi occhi, appare come un serbatoio senza fondo di risorse da sfruttare. È ora di capire, soprattutto adesso che siamo arrivati ad essere sette miliardi di persone, che dobbiamo stare molto attenti, consumare di meno e imparare a vivere in maniera ecosostenibile.

reti da pescaPurtroppo con il nostro comportamento squilibrato abbiamo già combinato qualche grosso guaio: molte specie animali e vegetali stanno correndo il rischio di estinguersi, e qualcuna è già scomparsa. Imparare a vivere ecologicamente, dunque, non basta: dobbiamo porre rimedio al danno causato, almeno laddove non sia troppo tardi, aiutando queste specie a riprendersi. Si tratta di una corsa contro il tempo, tempo di cui le forme di vita in declino avrebbero bisogno per poter ricominciare a prosperare, ma che, continuando a sfruttarle, non gli stiamo ancora concedendo.

Negli anni Sessanta del secolo scorso, alcuni membri della IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura), hanno compreso che un modo davvero efficace per aiutare le specie a rischio sarebbe stato quello di vietarne, o almeno limitarne, il commercio, e hanno cercato di coinvolgere i governi di tutto il mondo affinché tali disposizioni potessero essere realizzate. Nel 1973, ottanta Paesi aderivano alla Convenzione di Washington, che sarebbe poi diventata CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione), che conta oggi 176 Stati membri. Il suo motto è “garantire che il commercio internazionale delle specie animali e vegetali non metta in pericolo la loro sopravvivenza”.

Il fatto che quasi tutti i Paesi del mondo riconoscano che la questione ecologica è tanto rilevante da essere anteposta, in alcuni casi, a quella economica sembra essere un traguardo importante. Purtroppo, però, è necessario riconoscere che si tratta di un atteggiamento formale: al di là delle parole e delle promesse, quando si tratta di prendere decisioni, le questioni economiche prendono il sopravvento! Nel migliore dei casi, i governanti si ritrovano a dover fare i conti con realtà sociali molto delicate, dipendenti dalla specie/risorsa che dovrebbe essere tutelata. In ogni caso non è un atteggiamento lungimirante: se la risorsa sparisce per sempre, spariscono anche le società ad essa legate!

Ma quali sono le misure che i Paesi CITES intendono realmente prendere? E quali sono, sempre per loro, le specie in via d’estinzione per le quali occorre prendere misure relative al loro commercio?

Esistono tre liste che fanno parte della convenzione, che sono così definite:

Appendice I – lista delle specie gravemente minacciate di estinzione, per le quali il commercio è permesso solo in via eccezionale;

Appendice II – lista delle specie che non sono necessariamente minacciate di estinzione, ma il cui commercio deve essere controllato per evitare un utilizzo incompatibile con la loro sopravvivenza;

Appendice III – lista delle specie che sono protette da almeno una Nazione della CITES, e per le quali occorre collaborazione da parte degli altri Stati aderenti.

Le misure, dunque, sono: divieto, controllo e libera scelta dei singoli Paesi di proteggere specie animali e vegetali, a seconda del grado di pericolo che questi stanno correndo. Per rispondere all’altra domanda, torniamo a parlare degli squali. Secondo la IUCN, le specie di squalo gravemente minacciate sono 11, quelle minacciate sono 14 e quelle vulnerabili sono 48, per un totale di 73 specie che dovrebbero essere protette in qualche modo. Ad oggi per i governi Paesi CITES la situazione degli squali è questa:

Appendice I Appendice II Appendice III Status   specie
Cetorino VULNERABILE
Smeriglio VULNERABILE
Squalo   bianco VULNERABILE
Squalo   balena VULNERABILE
Squalo   martello smerlato MINACCIATO

 

Solo cinque le specie inserite, contro le settantatre che destano gravi preoccupazioni a chi se ne occupa dal lato … non economico. E nessuna di quelle gravemente minacciate…

Non è detto, ovviamente, che le ragioni del declino di queste specie siano tutte legate direttamente al loro commercio, ma (e penso siate d’accordo) qualunque ne sia la causa, se è in pericolo la sopravvivenza di una specie, per un principio precauzionale e per non arrecare ulteriore danno, sarebbe opportuno lasciare questi animali in santa pace e proteggerli con ogni mezzo a disposizione! Eppure gli Stati aderenti alla CITES spesso si appigliano a questo tipo di ragioni per fare ostruzionismo e impedire che specie a rischio, che avrebbero bisogno di provvedimenti radicali a loro favore, vengano inserite nella lista.

Il fatto è che gli squali sono una comune risorsa alimentare, basta andare in un qualsiasi pescheria italiana per vedere esposti palombi, verdesche e altre specie presenti nel Mediterraneo. Con molta probabilità vi sarà capitato di mangiare carne di squalo, forse senza saperlo: spesso i nomi comuni utilizzati per gli squali non contengono la parola squalo. Negli ultimi decenni il consumo di carne di squalo è aumentato moltissimo, anche a causa del fatto che le altre specie ittiche commestibili sono anch’esse in forte declino; dunque si pesca quel che si trova, anche se la carne di squalo non è molto pregiata. Molto pregiate, invece, sono le pinne degli squali, che vengono vendute a prezzi davvero elevati ai mercati di molti Paesi asiatici, dove vengono usate per la preparazione di una costosa zuppa tradizionale. Per l’industria della pesca le pinne di squalo sono “la gallina dalle uova d’oro”, e il risultato è che l’attività di pesca allo squalo è in aumento in tutto il mondo.

Oltre a non andarci sul sottile per quanto riguarda la selezione delle specie da pescare, i pescatori separano le pinne, tagliandole, dall’animale ancora vivo, che, per far posto al maggior numero di pinne possibile sul peschereccio, viene rigettato in mare agonizzante.

Questa pratica, definita finning, è davvero crudele, è uno spreco, e sul piano ecologico è un disastro: vengono pescati squali protetti dalla CITES, vengono pescati squali che non sono inseriti nelle liste, ma che ne avrebbero bisogno, vengono pescati migliaia e migliaia di squali ogni giorno in tutto il mondo, riducendo drasticamente la presenza dei predatori marini che sono al vertice della catena alimentare! Se aggiungiamo a questo i danni derivati dall’inquinamento e dal sovrasfruttamento generale delle risorse marine, va da sé che andando avanti così, nel giro di pochi anni, non ci sarà più nessuna specie di squalo che potrà dirsi fuori pericolo!

Ci si aspetterebbe, di fronte a tanto, che la comunità internazionale si indignasse e prendesse iniziative incisive. Ma la debolezza delle reazioni da parte dei governi è sorprendente: a marzo del 2013, a Bangkok (in Thailandia) si terrà una importante riunione dei membri della CITES, durante la quale si discuterà se e come modificare le Appendici I, II, III. Se tutto andrà bene, al massimo otterremo questo:

Appendice I Appendice II Appendice III Status specie
Cetorino VULNERABILE
Smeriglio VULNERABILE
Squalo   bianco VULNERABILE
Squalo   balena VULNERABILE
Squalo   martello smerlato VULNERABILE
Squalo   martello maggiore MINACCIATO
Squalo   martello, sp. zygaena VULNERABILE
Squalo   longimano VULNERABILE

 

Anche la Comunità Europea, che sembrerebbe essere progredita sul fronte dei temi ecologici, quando si tratta di squali incontra grossi ostacoli: negli ultimi anni la Commissione Europea per la Pesca ha iniziato a discutere del problema del finning, riconoscendone tutti gli aspetti negativi. Ma non tutti i Paesi dell’UE sembrano convinti in egual misura del fatto che bisogna vietare completamente questa attività, e si ostinano a chiedere deroghe o a proporre emendamenti che permettano speciali autorizzazioni ad effettuare tale tipo di pesca. Proprio il 22 novembre prossimo il Parlamento Europeo prenderà delle decisioni in merito a queste richieste: speriamo facciano la scelta giusta.

Il dato positivo è che l’azione di sensibilizzazione effettuata da tante associazioni in tutto il mondo ha avuto, e sta avendo, effetti importanti: mi ha molto colpito la scelta della compagnia aerea Cathay Pacific di non trasportare più le pinne di squalo con i propri cargo. Alla faccia di chi dice che non sia possibile fare imprenditoria in modo etico. E sono tante le persone che, venute a conoscenza del problema, si sono impegnate per aiutare gli squali a sopravvivere. Facciamolo anche noi! Seguiamo le vicende degli squali e diffondiamo la voce su quanto sta accadendo a questi animali affascinanti, importanti e ancora in parte sconosciuti, che rischiano di scomparire in pochi decenni (dopo centinaia di migliaia di anni vissuti tranquillamente sul nostri pianeta) per mano della nostra specie, che li ha sempre dipinti come i carnefici, quando invece sono risultati essere le vittime.


[1] Quest’anno in Australia si sono verificati fino ad ora nove attacchi di squalo all’uomo, di cui due fatali. Il ministro della pesca Norman Moore ha preso in considerazione la possibilità di aprire la caccia agli squali.

[2] In Australia, nel 2011, gli incidenti mortali sono stati più di 1200. E ancora più numerosi sono stati quelli non fatali.