Forse li avrai visti alla tv o ne avrai sentito parlare a casa dai tuoi genitori e ti sarai chiesto chi siano tutte quelle persone in fuga dalle loro terre, alla disperata ricerca di un approdo. Sono migranti, uomini donne e bambini che lasciano i loro paesi di origine a causa di guerre, carestie o persecuzioni, e viaggiano verso altri Stati in cerca di opportunità e protezione. L’ultimo rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR) afferma che ogni giorno 42.500 persone lasciano la propria casa alla ricerca di asilo. In Italia i profughi sono circa 100.000, oltre 200 mila in Francia e Germania.

Si tratta, ormai, di un vero e proprio esodo di 60 milioni di individui in fuga, come se l’intera Italia si mettesse in movimento verso altri Paesi. Ma quali sono i paesi che accolgono in misura maggiore queste persone? Ai primi posti, secondo il rapporto Unhcr, ci sono Turchia e Pakistan con oltre 1,5 milioni di rifugiati a testa. Esattamente come il Libano, dove però il rapporto diventa di 232 rifugiati ogni mille abitanti. Subito dopo vengono Iran, Etiopia e Giordania.

La principale causa scatenante di questi flussi migratori è rappresentata dai conflitti. Da quando è iniziata la guerra civile in Siria, nel 2011, la migrazione dal Medio Oriente si è impennata, aggiungendosi a quella proveniente dal Nord Africa. L’ultimo lustro ha visto esplodere o riattivarsi numerosi conflitti: Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nordest della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Burundi. Più la guerra in Siria, Iraq e Yemen e la crisi in Ucraina. Risultato: nella popolazione planetaria oggi una persona ogni 122 è un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. Emergenza nell’emergenza: il 51% di questi profughi sono bambini o comunque minori, spesso non accompagnati.

Di fronte a tale dramma, l’Europa si sta chiudendo a riccio, costruendo recinzioni, muri, steccati, intensificando i controlli alle frontiere per non permette a queste persone, che avrebbero bisogno della protezione garantita a livello internazionale, di entrare. E’ per questo atteggiamento che è stato coniata l’espressione “fortezza Europa“.

E’ così che, sui confini esterni della “fortezza”, si radunano folle enormi di persone in attesa di conoscere il proprio destino, dopo aver inoltrato un richiesta di asilo per essere riconosciuti come rifugiati.
Uno di questi luoghi, al confine tra Grecia e Macedonia, si chiama Idomeni, piccolo villaggio agricolo abitato da poche centinaia di residenti. Qui oltre 12mila migranti, di cui il 40% bambini, sono bloccati da oltre due mesi. Ad aiutarli ci sono tante organizzazioni non governative e varie associazioni che portano in questo sfortunato angolo di mondo solidarietà e conforto.

 

Testimonianza da Idomeni
2 copiaPer capire cosa succede nel campo profughi di Idomeni, in cui vive un numero di persone pari a dieci volte la capienza massima, abbiamo pensato di farcelo raccontare da Antonio, un volontario italiano dell’associazione Hopeful Giving. Da oggi pubblicheremo quotidianamente le pagine del diario che sta tenendo da quanto è partito da Padova per aiutare questi bisognosi, scoprendo di poter ricevere da loro molto più di quanto sta donando.
Quella che segue è la cronaca del suo decimo giorno nel campo.

 

Giorno 10

Oggi giornata più leggera delle altre, almeno dal punto di vista del carico fisico di lavoro, anche se non di certo dal punto di vista mentale ed emotivo.
Oggi ancora pioggia, anche se verso sera si è schiarito – ed è tornato un forte vento. Speriamo che stanotte non faccia troppi danni.
Questa mattina sono andato a fare un po’ di spesa per Mohamed, e ho fatto i miei consueti giri. Spero che domani il meccanico mi riconsegni il furgone, come promesso! Mi sono poi dedicato alla creazione della pagina Facebook di Hopeful Giving, che grazie a tutte le vostre condivisione è già cresciuta in maniera insperata. Grazie di cuore, non mi sarei mai aspettato una tale risposta!

Nel pomeriggio sono andato al campo, dove mi sono concentrato nelle relazioni personali. Oggi, proprio per questo, vorrei dedicare gran parte del mio post per raccontarvi di Amanda.

Amanda è una bambina curdo siriana di 8 anni. Vive con la sorella di 11 anni, il fratellino di 2 e mezzo e i genitori in una tenda vicino alla nostra warehouse. La sua famiglia ha vissuto in Turchia 4 anni prima di scappare verso l’Europa, e quindi lei e la sorella parlano arabo, curdo, turco e inglese. Il papà dice che è importante che loro imparino bene l’inglese, perché in Europa è fondamentale per poter avere un futuro.
Amanda l’avete vista altre volte nelle mie foto: assieme al fratellino sono tra i miei soggetti preferiti. Il primo giorno che li ho conosciuti ho soprannominato il fratellino “Patato”, e lei di conseguenza “Patata”.

Evidentemente questi soprannomi gli piacciono, tant’è che anche i loro genitori hanno cominciato ad usarli per chiamarli quando ci sono io.
Ecco, oggi Amanda è stata con me molto tempo, più del solito: abbiamo girato per il campo, giocato, ci siamo bevuti del tè assieme, abbiamo chiacchierato. Ci siamo proprio divertiti! So che non ci si dovrebbe cercare di affezionare in queste situazioni, ma per me è impossibile. Soprattutto perché ogni volta che Amanda mi vede mi corre incontro e mi salta addosso, e provate voi a dire al vostro cuore “no, non volere bene”. Facile.

Ecco, oggi con lei ho commesso un errore: a un certo punto mi ha chiesto quando tornerò in Italia, e io le ho risposto che sarei andato presto via.
Dopo avermi detto un “you no go” e stretto la mano più forte, sembrava tutto passato. A un certo punto però è scoppiata a piangere disperata e non ha più voluto parlarmi, correndo in tenda, lasciandomi inebetito.

So che ci sono cento, mille situazioni simili a quella di Amanda e della sua famiglia nel campo, se non peggiori. So che non si può aiutare tutti. Ma non poter far nulla per Amanda e la sua famiglia, se non quella di starle vicino un po’ e poi ripartire per l’Italia, mi fa davvero male.
Vorrei poter aprire il confine per lei, ma non posso.

Perché questi bambini meritano un futuro migliore, meritano di crescere e di non dover vivere in tende fredde e umide, con solo i vestiti che hanno addosso. Meritano di studiare, di crescere e diventare adulti.

I problemi sono troppi, le persone da aiutare moltissime, le risorse limitate. Ma noi ci proviamo comunque.
E’ per questo che è importante essere qui, diffondere attraverso le foto e la nostra testimonianza, far conoscere la situazione di Idomeni: per cercare di dare un futuro ad Amanda e a tutti quei bambini che ora vivono qui, denunciando questa politica che tratta queste persone come numeri, minaccia, terroristi.
A presto, e speriamo che domani Amanda mi abbia perdonato, Inshallah.

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